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Al Salone del libro di Torino per raccontare (a modo nostro) i diritti e il Diritto

Torino
Si apre oggi a Torino la 23esima edizione del Salone Internazionale del Libro che si terrà fino a lunedì 18 ottobre. Il Dubbio in prima linea per parlare di diritti e Diritto.
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Si apre oggi a Torino la 23esima edizione del Salone Internazionale del Libro che si terrà al Lingotto Fiere fino a lunedì 18 ottobre. Si tratta di un’edizione «straordinaria, la prima in presenza nel post- pandemia e la prima in versione autunnale», si legge nel comunicato di lancio dell’evento, nel quale si parla di «un’edizione straordinaria in tutti sensi, costruita grazie al supporto e alla collaborazione di editori, autori, partner, scuole, famiglie».

Dopo lo stop forzato, infatti, la fiera dell’editoria italiana è pronta ad accogliere di nuovo il pubblico nella sua casa di sempre, il Lingotto, con una capienza aumentata delle sale: tornano gli stand degli editori, gli incontri pubblici, i seminari, le lezioni, le letture, i concerti, gli spettacoli teatrali, le tavole rotonde. Tornano scrittrici e scrittori provenienti da ogni parte del mondo, e così gli scienziati, i filosofi, gli storici, gli economisti, i registi, gli attori, i musicisti, gli autori di fumetti, e così via.

Insomma, torna la grande comunità del libro, alla quale si unirà quest’anno anche Il Dubbio con un proprio stand all’interno della fiera. «Le nuove disposizioni governative fanno sì che il progressivo ritorno alla normalità coincida con il ritorno del Salone. Ne siamo felici – spiega il direttore Nicola Lagioia -. Abbiamo del resto sempre lavorato come se, scommettendo con mesi di anticipo sulla possibilità di allestire una fiera di alto profilo internazionale, che consentisse, qualora ce ne fosse stata la possibilità, di riportare Torino e la comunità del Salone al centro della scena. Adesso la possibilità c’è».

Lo spirito che anima questo Salone è riassunto nel titolo dell’evento, “Vita Supernova”, che con un gioco di parole intende richiamare l’opera di Dante Alighieri – di cui quest’anno si celebra il 700esimo anniversario dalla morte – ma anche il periodo di rinnovato slancio che stiamo vivendo. Come recita il manifesto dell’evento, «la supernova è una stella che esplode. La sua energia può essere utile o distruttiva, la sua luce può accecare o illuminare. Il mondo dopo il covid- 19 è la grande incognita che ci troviamo a decifrare e avremo bisogno di uno sguardo lungimirante per costruire un futuro in cui valga la pena di vivere. Ci sarà bisogno di coraggio, intelligenza, senso di responsabilità, immaginazione. Il Salone è un formidabile laboratorio di idee, dove i temi più urgenti trovano un’occasione di dibattito: in uno dei periodi più incerti e complicati della storia recente, il libro si è dimostrato un approdo più solido che mai, offrendo a lettrici e lettori di ogni età una possibilità di conforto, riflessione, consolazione, compagnia. Vita Supernova parte da questa consapevolezza, e da qui guarda al futuro».

Per quel che ci riguarda, saremo al Salone per incarnare il mondo dei diritti e del diritto e contribuire a modo nostro a quel laboratorio di idee attraverso incontri e interviste con giuristi e personaggi della cultura italiana: dall’ex procuratore antimafia Gian Carlo Caselli, a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto nelle carceri italiane; da Paolo Ferrua, professore emerito di diritto processuale penale all’Università di Torino, allo scrittore Edoardo Albinati.

Insomma, il Salone sarà l’occasione per offrirvi ancora una volta la nostra visione della Giustizia. Proprio a partire dal riferimento al poeta fiorentino, del quale nel corso di quest’anno vi abbiamo proposto una lettura nuova, orientata a quei temi della giustizia che attraversano tutta l’opera di Dante. Di recente è stata proprio la guardasigilli Marta Cartabia a ricordare come la «la giustizia lo abbia lambito attraverso un’esperienza dolorosissima», la condanna all’esilio. Fu proprio durante l’esilio, mentre lo inseguiva l’accusa di “baratteria”, che Dante realizzò l’omaggio a Beatrice, la promessa annunciata negli ultimi versi della Vita Nuova: «Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna».

Il poeta della generazione dei poeti d’amore, il maestro delle rime volgari, voleva dire di Beatrice ciò che non fu mai detto di alcuna. Ma all’origine della Divina Commedia c’era anche un altro fattore: il trauma politico, la condanna a processo. L’ingiustizia, o almeno ciò che il poeta percepiva tale, e il desiderio di dimostrare la propria innocenza. «La giustizia che emerge dall’opera di Dante può essere severa e lo è in molte delle pene che sono inflitte ai dannati dell’Inferno, quasi crudele – ha spiegato Cartabia -. Ma non è mai frutto di una fredda, aritmetica, rigida applicazione di regole predeterminate. Le eccezioni e gli incontri imprevedibili lungo il cammino dicono di una giustizia che non coincide con un giudizio irremovibile».

Al cospetto del giudizio divino, Dante non risparmia nemmeno se stesso, scegliendo di condannare i barattieri nella bolgia infernale del Ventunesimo Canto, lì dove eternamente ribolle un magma di pece nera. Non risparmia i suoi amici più cari, come Guido Cavalcanti, né il suo venerato maestro, Brunetto Latini, collocato all’Inferno tra i «sodomiti». Non applica sconti quando infligge la pena. Ma ecco il punto: tanto è severa la condanna, quanto è umana la sua comprensione per chi si trova inchiodato all’eternità, nell’abisso dell’Inferno. Al punto che ancora oggi, a rileggere quei versi di straordinaria crudezza, ci sembra di poter dire che persino Dante, principe della morale, aveva pietà dei dannati.

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