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Milano, trent’anni dopo Mani Pulite mezzo pool rischia di finire a processo: si salva solo Greco

Milano
Chiuse le indagini sulla consegna dei verbali a Davigo e sulle prove nascoste al processo Eni. L’ex consigliere del Csm e Storari indagati per rivelazione di atti d’ufficio. Per De Pasquale e Spadaro l’accusa di rifiuto d’atti d’ufficio. Continuano le indagini su Pedio
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Mezzo pool di Mani pulite rischia il processo. A trent’anni dall’inchiesta che segnò la politica del Paese, questa volta a finire al centro della scena – da accusati e non da accusatori – sono proprio loro: i pm milanesi. Il tutto mentre si avvicina il giorno dell’addio alla procura meneghina di Francesco Greco, che invece è l’unico, al momento, a poter tirare un respiro di sollievo, grazie alla richiesta di archiviazione avanzata dal collega Francesco Prete, a capo della procura di Brescia, per l’accusa di omissione d’atti d’ufficio. La stessa procura ha notificato giovedì l’avviso di conclusione delle indagini a carico di Piercamillo Davigo e Paolo Storari, accusati di rivelazioni di atti d’ufficio, nonché a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro (nel frattempo passato alla procura europea) per rifiuto d’atti d’ufficio. Vicende distinte, ma legate tra di loro da un filo sottile che porta il nome di Piero Amara, l’ex avvocato esterno dell’Eni che ha fatto esplodere la procura di Milano e sulla cui credibilità ci sono ancora non pochi dubbi.

Davigo e Storari

La vicenda è l’ormai nota “consegna” dei verbali di Amara a Davigo: ad aprile 2020 Storari, che stava sentendo Amara nell’ambito dell’indagine sul “falso complotto Eni”, consegnò documenti senza firma e senza timbro al consigliere del Csm, convinto di un voluto lassismo da parte dei vertici della procura nel procedere con le prime iscrizioni sul registro degli indagati. Storari, dunque, non si affidò alle vie formali, le uniche, secondo il Csm, lecite. Ma per l’ex pm di Mani Pulite, tutto sarebbe avvenuto nel rispetto della legge: è stato lui, infatti, a rassicurare il pm milanese sulla liceità di quella procedura. «Storari preliminarmente mi chiese se poteva parlare con me – ha raccontato Davigo ai pm di Brescia -. Io gli dissi che c’erano specifiche circolari del Csm che prevedono che il segreto d’ufficio, segnatamente il segreto investigativo, non è opponibile al Csm e gli dissi che avrei potuto fare da tramite con il comitato di presidenza. In relazione a ciò, ho ricevuto da Storari copia di documenti in formato word, non firmati».

Le due circolari, però, in nessun caso fanno riferimento a consegne informali di atti a singoli consiglieri del Csm, ma riguardano i rapporti tra segreto investigativo e poteri del Csm in tema di acquisibilità di elementi coperti da segreto istruttorio. E dello stesso avviso è il procuratore di Brescia, secondo cui la procedura descritta da quelle circolari del ’94 e ’95 non è applicabile al caso specifico. Storari, dunque, avrebbe dovuto «investire organi istituzionali competenti a risolvere questioni attinenti alla gestione dell’indagine» e agì, perciò, «al di fuori di ogni procedura formale, per lamentare presunti contrasti insorti con il procuratore della Repubblica ed il procuratore aggiunto co-assegnatario del procedimento – tenuti peraltro all’oscuro dell’iniziativa». Un atto compiuto con il fine di reagire a «un asserito ritardo nelle iscrizioni e nell’avvio delle indagini», ma fatto, secondo l’accusa, «in assenza di una ragione d’ufficio che autorizzasse il disvelamento del contenuto di atti coperti dal segreto investigativo e senza investire i competenti organi istituzionali deputati alla vigilanza sull’attività degli uffici giudiziari».

Il pm avrebbe dunque violato «i doveri inerenti alle proprie funzioni» e abusato della «sua qualità» consegnando a Davigo «copia in formato word dei verbali degli interrogatori» resi il 6, 14, 15, 16 dicembre 2019 e l’11 gennaio 2020 e copia delle «trascrizioni di tre file audio di conversazioni tra presenti prodotti nel corso delle indagini «dall’indagato Giuseppe Calafiore», collaboratore di Amara, e anche questi relativi alla presunta «associazione segreta» loggia Ungheria. Davigo, dal canto suo, avrebbe «rafforzato il proposito criminoso di Storari» entrando «in possesso del contenuto di atti coperti da segreto investigativo» violando «i doveri inerenti alle proprie funzioni» e abusando «della sua qualità di componente del Csm», pur avendo «l’obbligo giuridico ed istituzionale» di impedire «l’ulteriore diffusione» dei verbali di Piero Amara.

La “fuga” dei verbali

L’ex pm di Mani Pulite, infatti, non si limitò a ricevere i verbali ma ne «rivelava il contenuto a terzi», consegnandoli senza alcuna «ragione ufficiale» al consigliere del Csm Giuseppe Marra. E Prete sembra avere un’idea precisa del perché: quella consegna avrebbe avuto come solo scopo quello «di motivare la rottura dei propri rapporti personali con il consigliere Sebastiano Ardita», che in realtà è precedente alla vicenda Amara. A Marra Davigo avrebbe chiesto «di custodirli e di consegnarli al comitato di Presidenza, qualora glieli avesse richiesti».

Ma di quanto riferito da Amara ai pm milanesi Davigo avrebbe raccontato anche ad un’altra consigliera del Csm, Ilaria Pepe per «suggerirle “di prendere le distanze”» da Ardita, invitandola a leggerli. A vederli sarebbe stato anche il consigliere Giuseppe Cascini, al quale Davigo ha chiesto «un giudizio sull’attendibilità» di Amara, mentre ai consiglieri Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna avrebbe riferito di una «indagine segreta su una presunta loggia massonica, aggiungendo che “in questa indagine è coinvolto Sebastiano Ardita”». Ma non solo: quei verbali furono consegnati anche al vicepresidente David Ermini, che «ritenendo irricevibili quegli atti» immediatamente «distruggeva» la «documentazione». Ad essere informato fu anche un componente esterno al Csm, Nicola Morra, presidente della Commissione nazionale antimafia, per chiarire i motivi dei «contrasti insorti tra lui» e Ardita.

E proprio Ardita, dunque, sembra giocare un ruolo centrale nella vicenda, pur essendo già stata smentita la sua appartenenza alla presunta “loggia Ungheria”. Dopo il pensionamento di Davigo, infatti, i verbali sono stati spediti alla stampa, nonché al consigliere del Csm Nino Di Matteo, che nel corso di un plenum ha reso pubblica la vicenda, denunciando il tentativo di screditare Ardita. Secondo la procura di Roma, a spedire quei verbali sarebbe stata Marcella Contrafatto, ex segretaria di Davigo licenziata dal Csm pur senza attendere l’esito della vicenda giudiziaria. E secondo la procura di Brescia, Davigo avrebbe riferito il contenuto di quegli atti segreti anche ad un’altra delle sue collaboratrici, Giulia Befera.

Greco e Pedio

Se Greco è uscito pulito da questa storia – secondo i pm bresciani non spettava a lui procedere con le iscrizioni, richieste nel 2019 ed effettuate infine a maggio dell’anno scorso -, la posizione di Pedio rimane ancora in ballo. L’aggiunta è infatti indagata non solo per omissione d’atti d’ufficio, ma anche per la gestione dell’ex manager della compagnia petrolifera Vincenzo Armanna, grande accusatore nel processo Eni-Nigeria (conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati in primo grado) e presunto calunniatore, secondo quanto segnalato dallo stesso Storari a De Pasquale e Spadaro, che nonostante ciò lo avrebbero usato come teste chiave dell’accusa.

De Pasquale e Spadaro

E a chiudere il cerchio nella polveriera milanese ci sono proprio i due accusatori di Eni, indagati per rifiuto di atti d’ufficio. L’indagine si basa sulla gestione delle prove nel processo sulla presunta maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni versata ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero per il giacimento Opl245, tangente mai provata in quanto mancano «prove certe ed affidabili dell’esistenza dell’accordo corruttivo contestato», si legge nella sentenza di assoluzione. E tra le questioni scandagliate dalla procura di Brescia c’è quella del video favorevole agli imputati tenuto nascosto dalla procura. Il filmato era stato girato in maniera clandestina da Amara e testimonierebbe la volontà di Armanna di ricattare i vertici Eni per gettare su di loro «valanghe di merda» e avviare una devastante campagna mediatica.

De Pasquale, nel corso del processo, ha ammesso di essere in possesso «già da tempo» di quella prova, spiegando di «non averlo né portato a conoscenza delle difese né sottoposto all’attenzione del Tribunale perché ritenuto non rilevante». Ma per il tribunale si trattava di elementi fondamentali, al punto che per i giudici risulta «incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Vincenzo Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e della auspicata conseguente attivazione dell’autorità inquirente, reca straordinari elementi in favore degli imputati». Ma non solo: Storari aveva trasmesso ai pm del caso Opl 245 delle chat trovate nel telefono di Armanna, dalle quali sarebbe emerso come quest’ultimo avesse versato 50mila dollari al teste Isaak Eke per fargli rilasciare delle dichiarazioni accusatorie nei confronti di alcuni coimputati. Tuttavia, nel processo sono state poi depositate dalla difesa di Armanna solo le presunte chat «false» che la stessa aveva già prodotto a De Pasquale e Spadaro.

Le difese

«Ne prendiamo atto. È la chiusura di un primo capitolo che poi troverà eventualmente, ammesso che ci sia la richiesta di rinvio a giudizio, in una sede processuale la sua verifica», ha affermato Paolo Della Sala, difensore del pm Storari.  «Con tutto il fango buttato addosso al dottor Storari, in realtà poi il suo fatto resta circoscritto a questo episodio, che era noto, e che non ha buchi di ricostruzione. È un problema giuridico, delicato, che noi confidiamo di risolvere positivamente», ha concluso. «Commenteremo dopo aver letto attentamente gli atti», ha invece spiegato il legale Francesco Borasi, avvocato di  Davigo.

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