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Draghi-Lega, è pace. Ma intanto Salvini studia l’exit strategy…

Dopo lo strappo sulla riforma del fisco, arriva il primo confronto tra il premier e il leader della Lega. Che per il momento dovrà ingioiare il boccone amaro
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Per ora non succederà niente. Come farà Salvini a tirarsi fuori dal vicolo cieco nel quale si è infilato ingaggiando per l’ennesima volta uno scontro nel quale non può vincere, perché sulla riforma del catasto Draghi non può e non vuole tornare indietro, non si sa. Ma le scommesse sono a senso unico: una crisi ora è impensabile. In un modo o nell’altro, il leader ammaccato della Lega ingoierà l’amaro boccone, l’ennesimo. Ma su quanto la situazione possa reggere, invece, di certezze non ce ne sono. I vertici del Pd sono convinti che a febbraio, dopo l’elezione del capo dello Stato, Salvini si sfilerà. Letta lo ha detto chiaramente ai ministri: questa è la previsione che, giusta o sbagliata, orienta le mosse del Nazareno.

Nella destra di governo però sono in molti a tirare Salvini in direzione opposta: tutta Fi, che ha fatto muro a difesa della riforma del catasto contro ogni previsione di via Bellerio, metà della stessa Lega. Potrebbe non bastare. Il prezzo che Salvini sta pagando per l’appoggio al governo è troppo salato. Non incassa da nessuna parte: la sfida per imporsi agli occhi del Paese come pilastro draghiano la ha vinta Letta. Chi guarda soprattutto alla difesa di questo governo ha per punto di riferimento il Pd, non una Lega troppo spesso ambigua, anche se solo a parole. Chi vuole l’opposizione la trova nella posizione lineare e chiara di Giorgia Meloni, non in quella tortuosa e spesso indecifrabile di Salvini.

Nei mesi precedenti, inoltre, era la stessa base della Lega nel nord a subìre con insofferenza le sparate del capo sul Green Pass. Stavolta la situazione è più complessa perché è proprio quella base che guarda con diffidenza e ostilità ad alcune delle riforme che Draghi si accinge a varare, come quella appunto del catasto. L’eventualità che Salvini decida davvero di uscire dalla maggioranza è dunque se non probabile almeno del tutto possibile e molto dipenderà da come si metteranno le cose nei prossimi mesi, a partire dai ballottaggi di Roma e Torino. Il Pd, Conte e Fi già si preparano a reggere l’eventuale urto. Gli attacchi sempre più strillati di Letta e di Conte, le accuse di bombardare non solo il governo ma anche lo stesso Draghi dandogli pubblicamente del bugiardo sono calibrate per impedire a Salvini di uscire dalla maggioranza accusando i partiti dell’ex governo Conte di averlo costretto. Servono a imporre una interpretazione della possibile crisi come dovuta tutta e solo alle difficoltà elettorale del leader leghista in declino, non alla loro egemonia (peraltro effettivamente inesistente nel governo).

Allo stesso tempo le truppe di rincalzo sono già pronte: i 32 deputati di Coraggio Italia, gli ex azzurri di Toti, basterebbero a garantire comunque la fiducia.Solo che una eventuale crisi non passerà di certo per le modalità sgangherate del Papeete. La condizione necessaria è l’elezione di Draghi alla presidenza della Repubblica. A quel punto la porta per le elezioni sarebbe di fatto aperta, Salvini potrebbe uscire dalla via crucis senza apparire agli occhi degli italiani come il terrorista che ha abbattuto il Migliore in persona. Lo stesso Pd, in quel quadro, potrebbe gradire la soluzione elettorale. Letta vede la resurrezione del bipolarismo, o di un suo simulacro, a portata di mano. Sa bene che si tratta di un bipolarismo posticcio che resisterà ben poco, perché una terza forza emergerà di certo. L’importante è che non emerga prima delle prossime elezioni, magari sotto forma di un partito centrista che il successo di Calenda a Roma, e la massa di orfani di Berlusconi in cerca d’autore rendono possibile. Il punto critico è che l’elezione di Draghi alla presidenza non può implicare elezioni immediate. La scommessa che ha deciso di azzardare è troppo alta perché a gestirla, nel prossimo anno e forse anche oltre, sia qualcun altro. Specialmente quando quel qualcuno potrebbe chiamarsi Meloni o Salvini, ma in realtà in ogni caso.

La condizione politica per la successione di Draghi sul Colle dovrebbe essere un governo uguale a questo o quasi, con la stessa maggioranza e guidato dunque da un tecnico scelto dallo stesso Draghi. Ma il passo verso il presidenzialismo sarebbe in quel caso da gigante e per i partiti tutti, ma soprattutto per la Lega, sarebbe molto difficilmente accettabile. Così la mossa un po’ sconclusionata e molto disperata di Salvini finisce per ingrossare la piena destinata a rendere l’elezione del prossimo presidente tanto decisiva quanto difficile.

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