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Maresca, il pm sconfitto a Napoli mantiene lo stipendio da magistrato

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Maresca tra due fuochi: guiderà l’opposizione con la toga addosso o chiederà al Csm di lasciarlo in aspettativa per tutta la durata della consiliatura?
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Catello Maresca, il candidato del centrodestra sconfitto nella corsa a sindaco di Napoli, ha fatto sapere ieri che non si dimetterà e che continuerà il proprio impegno politico dai banchi dell’opposizione. Molto bene, verrebbe da dire. Maresca però è un magistrato, per la precisione un sostituto presso la Procura generale del capoluogo campano, al momento in aspettativa per la competizione elettorale. Cosa farà adesso? Guiderà l’opposizione con la toga addosso o chiederà al Csm di lasciarlo in aspettativa per tutta la durata della consiliatura? Le attuali norme sull’ordinamento giudiziario non vietano, infatti, il “doppio incarico”. Basta cambiare distretto. Quindi, ad esempio, la mattina pm a Roma e il pomeriggio consigliere a Palazzo San Giacomo. Un’ora di treno ad alta velocità ed è fatta. Come dargli torto? Un magistrato con l’anzianità di Maresca ha uno stipendio mensile che supera tranquillamente i cinquemila euro netti. Che fra qualche anno diventeranno seimila.

Per il consigliere comunale, invece, non è prevista una indennità fissa ma solo un gettone di presenza per ogni seduta, senza trattenute previdenziali. Il gettone varia in base alle dimensioni del comune. A Napoli, con una presenza continuativa, si può arrivare ai 25mila euro annui. In pratica quello che Maresca guadagna in poco più di 4 mesi. Va bene, dunque, non tradire la fiducia degli elettori, ma come sottovalutare l’aspetto economico? Aspettiamo i prossimi mesi e sapremo cosa vorrà fare Maresca. Csm permettendo.

Dopo le polemiche che hanno accompagnato la sua candidatura, difficilmente Palazzo dei Marescialli sarà indulgente con il sindaco mancato. Antonio Ingroia, ad esempio, venne spedito da Palermo ad Aosta. In attesa, allora, di conoscere il destino dell’ex pm anticamorra, il Parlamento farebbe bene a regolamentare una volta per tutte il rapporto fra le toghe e la politica, vietando prima di tutto di potersi candidare nel comune in cui si sono esercitate le funzioni giurisdizionali.

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