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La sferza di Albamonte: «Crisi etica, narcisismi, le toghe dicano basta»

All'assise di Area i moniti di Cartabia e la “requisitoria” del segretario
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È iniziato ieri a Cagliari il terzo congresso nazionale di Area, la corrente progressista delle toghe. Il titolo scelto è: “Magistratura tra realtà e finzione, la forza del pensiero critico”. Le assise, le prime in presenza, per le toghe, dopo la pandemia, cadono in un momento certamente non facile per la magistratura, con il fantasma di Luca Palamara e della cena all’Hotel Champagne che aleggiava su ogni discussione. La fiducia dei cittadini nelle toghe, anche a causa di questi eventi, è ridotta ai minimi termini, come ha ricordato il ministro della Giustizia Marta Cartabia nel proprio messaggio di saluto. «Solo il trentadue per cento» ha ancora fiducia nei magistrati. La guardasigilli, sul punto, ha citato un report dell’Ue in cui veniva evidenziata la necessità di procedere quanto prima alla riforma del sistema di elezione per i togati del Csm, e di definire in maniera più netta il rapporto toghe- politica.

La ministra ha poi segnalato due apparenti contraddizioni: da un lato, come ricorda sempre l’Europa, il sistema giudiziario italiano è molto apprezzato; dall’altro è diffusa la percezione dello scarso tasso di indipendenza delle toghe. con l’effetto di mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura nel suo complesso. «La fiducia è logorata, faremo le riforme che servono, ma non hanno effetto taumaturgico», ha aggiunto Cartabia, sottolineando il dialogo assiduo fra le parti in causa. Dopo aver puntualizzato che «le leggi sono decise in ambito politico», la guardasigilli ha citato le riforme del penale e del civile di recente approvazione per una giustizia finalmente celere. «Decisivo», a suo giudizio, «sarà anche il processo di autoriforma che è già in atto nella magistratura».

Cristina Ornano, presidente nazionale di Area e padrona di casa in quanto giudice penale al Tribunale di Cagliari, ha quindi aperto i lavori con la relazione del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, titolare dell’azione disciplinare. «Purtroppo abbiamo molti procedimenti disciplinari anche per ipotesi di reato, non solo riguardanti le nomine», ha detto Salvi, evidenziando che ci sono «fattispecie mai verificate in precedenza e che serve sempre il rispetto del principio di tipicità». Dopo aver ricordato «i primi riconoscimenti alle azioni disciplinari con le condanne», Salvi ha messo in evidenza il ruolo centrale della Procura generale, rifuggendo l’idea che il disciplinare sia «la panacea di tutto».

L’intervento del segretario generale, il pm della Capitale Eugenio Albamonte, è stato l’appuntamento clou della prima giornata, incentrato soprattutto sui fatti accaduti negli ultimi due anni: dal Palamaragate allo scontro interno alla Procura di Milano, , ha esordito Albamonte. A Milano si è trattato di «dissenso malgestito», con conseguente divulgazione degli atti sui giornali. Questi ultimi, poi, parteggiando per l’una o l’altra parte, hanno dato una informazione non sempre obiettiva. Si è trattata di una contrapposizione dura, con interviste per difendere l’immagine dei soggetti tirati in ballo e per attaccare gli avversari. «Sono in corso accertamenti, era necessaria la massima riservatezza», ha detto Albamonte. Frecciate, poi, alla «scriteriata esposizione mediatica, sia da parte dei pm che dei giudici».

Non poteva mancare un accenno alle nomine e alle valutazioni di professionalità, con la necessità di arrestare il carrierismo togato. Il segretario si è tolto alcuni sassolini dalle scarpe, ad esempio, rispetto alla «incursione» della giustizia amministrativa nelle decisioni del Csm. «È fondamentale adesso recuperare credibilità. La politica, però, è animata da ostilità, da vicende giudiziarie vecchie e nuove, dando riscontro a teoremi complottistici». Sperando che il governo vari quanto prima le auspicate riforme, si deve scongiurare la diffidenza che monta contro le correnti. La furia “iconoclasta” può portare ad introdurre modifiche come il sorteggio del togati del Csm, visto dalla magistratura come uno spauracchio.

 

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