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La “fase 2” del governo Draghi parte con il rischio dell’impopolarità

Draghi
Le incognite legate alla transizione ecologica, l’ipotesi di una nuova tassazione sulla casa e la battaglia per i tamponi gratuiti creano per la prima volta qualche crepa a Palazzo Chigi
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Ci sono scricchiolii che allarmano un po’ e ce ne sono altri che invece devono mettere in stato di massimo allerta. La reazione della popolazione ma anche delle forze politiche al possibile aumento delle bollette elettriche e del gas fa parte del secondo gruppo. Il governo Draghi si trova a operare in una situazione senza precedenti, anche se già prefigurata per un verso o per l’altro, però mai pienamente dispiegata, in altri casi recenti: i governi Monti Renzi e Conte 2. Al di là degli omaggi puramente formali, il premier non deve sottostare ad alcun controllo da parte del Parlamento.

Il ruolo delle Camere, come dallo stesso Draghi affermato, è stato sin qui “approvare un numero enorme di provvedimenti in poco tempo”. I parlamentari hanno dovuto alzare la mano per sottoscrivere le scelte del governo tanto spesso e tanto rapidamente da rischiare la tendinite. In nome della rapidità la riforma costituzionale di Renzi, bocciata dagli elettori nel referendum, era già diventata realtà con il secondo governo Conte. Draghi non ha invertito la marcia: il monocameralismo è stato introdotto di fatto. Una delle due camere, a turno, oltre ad alzare la mano ha la facoltà di limare un po’ i provvedimenti del governo. L’altra si limita a controfirmare col voto di fiducia. I partiti non stanno messi meglio. Anche in questo caso è stato proprio Draghi a chiarirlo, chissà se volontariamente o meno: i partiti risolvano i problemi tra loro, “il governo va avanti”. Già con Conte il vertice di maggioranza, quello dei leader di partito appariva obsoleto. Ora, con una maggioranza così composita, non è neppure immaginabile. A decidere è solo il governo e in realtà, anche nell’esecutivo, il gruppo ristretto che attornia Draghi e che conta però non solo i tecnici scelti dallo stesso premier ma anche alcuni ministri politici come Giorgetti o Speranza. La vicenda del Green Pass obbligatorio ha palesato che anche con le forze sociali, o almeno con i sindacati, la musica è la stessa. Quando mercoledì pomeriggio ha convocato i leader delle confederazioni, Draghi lo ha fatto non per discutere e trattare ma per “informare” e “annunciare”.

Questa situazione che non è un potere assoluto ma gode di alcune prerogative proprie del potere assoluto non potrebbe reggere senza un forte consenso dell’opinione pubblica. Di fronte alla paura di un crollo del consenso gli stessi partiti che oggi si allineano mantenendo come prerogativa essenziale, a volte, quella di un borbottio privo di conseguenze, diventerebbero infinitamente più riottosi, perché a quel punto ne andrebbe della loro stessa esistenza. Su quel fronte però Draghi, come prima di lui Conte, appare blindato. Il consenso è massiccio, e l’altalena oscilla solo tra l’elevato e l’elevatissimo. Non dipende dai meriti di Draghi oggi come non dipendeva da quelli di Conte ieri. Non significa che quei meriti non ci siano, ma non sono i risultati a giustificare l’affidamento totale di una vastissima parte della popolazione, una delega che è quasi in bianco.

Sono emozioni più basiche e primordiali: la paura, lo smarrimento, l’ansia. Di fronte a una crisi imprevista e che evoca la presenza costante della morte e del rischio da un lato, dell’impoverimento e del declassamento dall’altro, la reazione è affidarsi ai timonieri. Non a caso i dubbi che avanzano in punta di diritto intellettuali come Cacciari sono liquidati sbrigativamente dal colto e dall’inclita come capriccetti astratti o come prove di esibizionismo vanesio. La condizione necessaria perché questa sorta di delega totale resista è però la solidità, per molti se non per tutti, del portafogli. Di fronte non al rischio dell’impoverimento ma alle sue prime ed effettive manifestazioni quel consenso si sgretolerebbe molto rapidamente e gli stessi partiti che oggi accettano senza fiatare di assistere a una spoliazione senza precedenti del ruolo della politica passerebbero in fretta all’estremo opposto. Tra costi della riconversione, riforma fiscale, riforma degli ammortizzatori sociali, revisione o cancellazione di quota 100 quel rischio esiste. Ma se a essere toccati saranno gli interessi materiali della massa degli italiani, la pax sociale e politica draghiana si dissolverà molto rapidamente.

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