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Patrick Zaki, domani inizia il processo: «La sentenza non sarà impugnabile»

Patrick Zaki
Lo studente egiziano dell'università di Bologna sarà giudicato dal tribunale d’emergenza per la sicurezza dello Stato, la cui procedura «non prevede diritto d’appello», denunciano gli attivisti. A Zaki è contestato uno scritto del 2019 redatto in difesa della minoranza cristiana copta
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Martedì 14 settembre. È la data fissata per la prima udienza di Patrick Zaki. Dopo essersi visto rinnovare, di 45 giorni in 45 giorni, la custodia cautelare, lo studente dell’Università di Bologna, dove era iscritto al master europeo Gemma in Studi di genere e delle donne, va a processo nella città di Mansoura con un anno e sette mesi di detenzione preventiva alle spalle.

Al ricercatore, arrestato al suo arrivo in Egitto il 7 febbraio 2020, dove era rientrato per una breve vacanza, viene contestato uno scritto del 2019 redatto in difesa della minoranza cristiana copta. Rischia fino a cinque anni di carcere oltre a una multa. «Ce lo aspettavamo – spiega il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury -. C’era stata un’accelerazione nelle ultime settimane. È evidente che la procura egiziana, con l’approssimarsi della scadenza dei 24 mesi di detenzione preventiva, da quell’enorme castello di prove segrete, mai messe a disposizione della difesa, avrebbe tirato fuori una cosa per giustificare l’inizio di un processo. È uno scritto di Patrick del 2019 in cui prende le difese della minoranza copta, perseguitata in Egitto. L’udienza, la prima, si svolge il 14 settembre e non sappiamo quante altre ce ne saranno. Per quel tipo di imputazione Patrick rischia, secondo le prime notizie, una multa o anche cinque anni o entrambe o l’assoluzione, che è quello che vorremmo sperare».

L’attivista, collaboratore dell’ong Eipr (Iniziativa egiziana per i diritti umani), ha trascorso diciannove mesi nel carcere di massima sicurezza di Tora, dove ha compiuto 30 anni, il 16 giugno scorso. «Il processo a Zaki davanti a un tribunale eccezionale – scrive Eipr in una nota in cui critica la decisione della giustizia egiziana, insieme a una decina di organizzazioni – le cui sentenze non sono impugnabili, con “l’accusa” di aver pubblicato un articolo in cui racconta la sua vita di egiziano cristiano, e dopo 19 mesi di custodia cautelare senza base legale, dimostra che l’unico motivo per negare a Zaki la sua libertà è di avere esercitato il suo diritto alla libertà di parola in difesa dei suoi diritti, e dei diritti di tutti gli egiziani – e specialmente degli egiziani cristiani – all’uguaglianza e alla piena cittadinanza».  Patrick Zaki sarà giudicato infatti dalla seconda sezione del tribunale d’emergenza per la sicurezza dello Stato, la cui procedura «non prevede diritto d’appello».

E puntano il dito contro il sistema di repressione messo in atto dal presidente Abdel Fattah Al-Sisi: «Non possiamo ignorare l’ironia che l’incriminazione e il processo di Zaki davanti a un tribunale eccezionale giungano all’indomani del lancio della strategia statale per i diritti umani, in un evento in cui il presidente ha parlato a lungo del diritto alla libertà di religione e di credo e il diritto all’uguaglianza». Al suo rientro in Egitto, ormai un anno e mezzo fa, Zaki è stato accusato di «propaganda sovversiva», per alcuni post pubblicati su un account Facebook che la difesa considera falso. Il ricercatore era arrivato in Italia nel settembre 2019 con una prestigiosa borsa di studio Erasmus Mundus.

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