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«Il nome dell’assassino di Simonetta Cesaroni è nelle carte»

«Il nome dell’assassino di Simonetta Cesaroni è nelle carte»
Il professore Carmelo Lavorino ha scritto un libro sul delitto di Simonetta Cesaroni ed è convinto che il nome dell’assassino sia nelle carte processuali.
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Il 7 agosto 1990 la giovane Simonetta Cesaroni veniva uccisa in un appartamento al terzo piano del complesso di via Carlo Poma n. 2 a Roma. Il caso rimane irrisolto. Oltre trent’anni sono trascorsi da quel giorno: diverse piste, nessun colpevole, un mistero italiano forse secondo solo a quello del mostro di Firenze. Da qualche giorno è uscito un nuovo libro sul caso: Via Poma – Inganno Strutturale tre, scritto dal criminologo Carmelo Lavorino, edito dal CESCRIN (Centro Studi Investigazione Criminale). Il professore si è interessato professionalmente ad oltre duecento casi d’omicidio, fra cui appunto il delitto di Via Poma, come consulente dell’indagato Federico Valle e dell’imputato Raniero Busco.

Professor Lavorino come mai a tanti anni di distanza un nuovo libro sul delitto di via Poma?

Ho scritto il libro per diversi motivi. Innanzitutto come contributo all’individuazione del colpevole e per fare chiarezza sul marasma di notizie imprecise che girano attorno al caso. Ecco perché invito il lettore a infilarsi anima, mente, occhi e spirito critico nel fatto criminoso- giudiziario, per analizzare, indagare, comprendere e collaborare alla soluzione del caso con idee, suggerimenti, quesiti e ipotesi serie. Sicuramente l’ho scritto per definire il punto della situazione e lo stato dell’arte, per confutare i metodi di soluzione del caso adottati sinora e che hanno portato a ben poco, per esporre e riproporre il metodo di analisi investigativa criminale sistemica e di soluzione dei casi basato sull’interconnessione, l’armonia e l’interazione delle scienze criminologiche, criminalistiche, investigative e di intelligence.

Il titolo è “Inganno strutturale tre” perché è la terza volta che mi immergo nel labirinto enigmatico di Via Poma dove ho individuato l’errore- inganno a tre facce battezzato “Inganno strutturale. Tale definizione nel nostro caso significa “L’induzione in errore di chi cerca la verità ottenuta tramite l’inserimento, all’interno della struttura dell’enigma e degli elementi che la compongono, di falsi indizi, di falsi elementi, di falsi indicatori del crimine”. L’inganno strutturale è stato gestito abilmente da “qualcuno” non per coprire il colpevole, ma per salvare l’immagine e i segreti di qualche dipendente dell’AIAG ( Associazione italiana alberghi gioventù) dove lavorava saltuariamente dal 20 giugno 1990 Simonetta Cesaroni. Anzi, questo “qualcuno” era superconvinto che l’assassino fosse proprio il portiere Pietrino Vanacore.

Chi è questo qualcuno?

Non è certamente l’assassino e non protegge l’assassino. Nel libro ne parlo in modo esaustivo. È un gruppo di specialisti che ha surclassato e depistato anche i vertici della Polizia, un gruppo coordinato che indico come “Burattinaio Invisibile + Manina Manigolda”, una combinazione che ha creato e fatto prosperare l’inganno strutturale e depistato anche il Pm. In seguito il Pm, incanalato nell’alveo scavato e forte del proprio potere di coordinamento delle indagini e decisionale, ha commesso una serie di errori, sino a puntare l’innocente Federico Valle e non comprendere che il sangue sul telefono fosse proprio dell’assassino e non della vittima, che l’orario della morte di Simonetta poteva essere anticipato alle ore 16: 30- 17, che la questione delle telefonate fra una donna che diceva di essere Simonetta con altre persone era oscura e ingarbugliata.

È ancora possibile risolvere il caso di via Poma? E se sì, come?

Il caso può essere risolto se e solo se: si seguono le indicazioni investigative che fornisco nel libro; si evita di personalizzare l’indagine continuando a coprire chi ha sbagliato e/ o barato. Occorre essere umili, corretti, onesti e freddi.

Parlerei di tre profili, perché in Via Poma vi sono stati tre comportamenti criminali: I) quello dell’assassino, un comportamento del tipo disorganizzato, compulsivo ed espressivo di distruttività, rabbia e over killing; II) quello della combinazione pulitrice complice dell’assassino, mirato ad alterare la scena, a depistare, a fuorviare i sospetti, a cancellare le tracce e fare sparire le prove se non, addirittura, il cadavere; III) quello della combinazione (alias “qualcuno”) che ha coperto i segreti, le attività, la posizione e la figura di alcuni soggetti dell’Aiag e che aveva il convincimento che l’assassino fosse proprio il portiere.

Il combinato disposto di questi tre comportamenti ha impedito la soluzione del caso. L’assassino ha prodotto le ecchimosi, le ferite, la morte, le macchie di sangue sul pavimento, sul corpo, sulla porta e sul telefono; il complice ha cancellato molte tracce con l’opera di pulizia; un gruppo di specialisti ha poi nascosto, omesso, fuorviato e inquinato.

Comunque, il profilo dell’assassino è il seguente: ha l’uso naturale ed efficiente della mano sinistra, ne ha tendenza all’uso; è un impulsivo, con una fortissima autostima, non ammette di essere contraddetto e/ o rifiutato; si presenta come gentile e cordiale, ma è sempre vigile e attento, pronto alla iperdifesa ed allo scontro; aveva le chiavi dell’AIAG per motivi propri, di occasionalità pregressa o per attività di qualche suo familiare o conoscente; non ha alibi fra le 16: 00 e le 17: 00, oppure il suo alibi non è stato descritto e/ o controllato a dovere; è privo di empatia; ha goduto di complicità e di copertura; il suo gruppo sanguigno è A DQAlfa 4/ 4, si è ferito ( molto probabilmente è stato ferito da Simonetta proprio col tagliacarte che poi diviene l’arma del delitto), ha sporcato di sangue il telefono della stanza n° 3. Giusto per chiarezza, l’assassino non è il portiere Pietrino Vanacore.

Potrebbe avere ucciso altre volte?

Chi uccide una volta per perdita del controllo in un contesto di aggressione sessuale può avere la c. d. “coazione a ripetere”. Quindi, è probabile che abbia ucciso qualche prostituta, ma con un altro modus operandi.

Invece qual è il profilo della vittima?

Era una ragazza a basso rischio, intelligente, cordiale, bella, che era molto osservata dagli uomini. Conosceva la vittima? In che rapporti era con Lei? Sicuramente l’assassino godeva della fiducia della vittima per una serie di motivi che ho enunciato nel libro.

Qual è il movente dell’omicidio?

Tutto nasce dalla situazione: l’assassino è di fronte a Simonetta, pronto all’aggressione sessuale. Simonetta resiste, si oppone, molto probabilmente afferra il tagliacarte e ferisce l’aggressore, oppure, col suo comportamento e con le sue parole ferisce l’uomo in modo profondo, umiliante e devastante: la rabbia del soggetto ignoto sale da zero a mille. La colpisce alla tempia con uno schiaffo inferto con la mano sinistra, Simonetta sviene. L’assassino la spoglia, poi il suo pensiero va al peggio: quando la ragazza si riprenderà lo denuncerà e lui non può permetterselo. Si scopriranno troppi altarini: avrebbe troppo da rimetterci. Esplode il suo Es, selvaggio ed arcaico, contenitore delle sue pulsioni indicibili: autoconservazione e istinto di sopravvivenza, egoismo, punizione e volontà distruttiva. È sull’orlo del precipizio, sulla via del non ritorno. Prende il tagliacarte e dà il via al rito appetitivo della 29 pugnalate, cambiando zona di appoggio e zone del corpo.

Si tratta quindi di omicidio strumentale per tacitazione testimoniale e per vendicarsi dell’insulto subito. Il contesto è nell’ambito dell’aggressione sessuale e del litigio.

Qual è l’arma del delitto?

È un tagliacarte, ed è il tagliacarte rinvenuto dalla Polizia nella stanza n° 3, sul tavolino di lavoro della dipendente AIAG Maria Luisa Sibilia. Questo tagliacarte la mattina del 7 agosto, sino alle ore 15 era introvabile, poi è stato usato per uccidere Simonetta e, infine, dopo l’attività di lavaggio è stato disposto sul tavolinetto della stanza di Maria Luisa Sibilia: è ovvio che solo il soggetto ignoto ( l’assassino o il rassettatore) ha potuto disporre il tagliacarte sul tavolinetto della Sibilia: questo significa che sapeva che era di Maria Luisa Sibilia ma non che la mattina era stato cercato dalla proprietaria e non trovato.

L’assassino è ancora vivo secondo Lei? Fu interrogato ai tempi del delitto?

Il nome dell’assassino è nelle carte.

Aveva un complice?

Come ho già detto il complice è il soggetto pulitore-rassettatore, colui il quale ha pulito l’ambiente ed ha lavato il tagliacarte per poi rimetterlo a posto, sul tavolino di lavoro della dipendente AIAG Maria Luisa Sibilia.

Quali sono stati i maggiori errori investigativi?

Tanti. Ne elenco alcuni: puntare solo sul portiere; il sopralluogo incompleto, inadeguato e arruffato; le fotografie scattate in numero minimo e nessuna documentazione per ogni stanza; il computer su cui lavorava Simonetta messo sotto controllo tardivamente; le sviste e le omissioni del medico legale (non prendere le temperature cadaveriche ed ambientali ogni dieci minuti; non comprendere che l’assassino avesse usato la mano sinistra; non analizzare il contenuto gastrico; non tamponare le ecchimosi e i graffi della vittima per la ricerca di saliva; non consegnare i reperti “calzini, reggiseno e top di pizzo sangallo della vittima alla Polizia scientifica); l’appartamento dissequestrato dopo solo sei giorni; la scomparsa delle scarpe della vittima non analizzate e della cartellina di lavoro della stessa; la mancata individuazione e la non consapevolezza che il sangue sul telefono fosse gruppo A DQAlfa 4/ 4, quindi dell’assassino; non valutare che l’orario del delitto potesse essere prima delle ore 17 e che la famosa telefonata delle ore 17: 05 di Simonetta alla Berrettini poteva essere stata fatta un’ora prima e/ o che fosse un bluff magistrale.

Senza questi errori quindi forse sarebbe stato catturato?

Sicuramente sì!

Molto mistero ruota ancora intorno alla morte di Peppino Vanacore. Lei che idea si è fatto di quest’uomo, della sua condotta dopo il delitto e della sua morte?

Non ritengo che sia l’assassino, sicuramente sapeva qualcosa e, come disse il capo della squadra mobile Nicola Cavalire “Di dritto o di rovescio doveva entrarci”. Vanacore si è suicidato, può essere suicidio per depressione, per perdita dei meccanismi di autodifesa, per protesta; per una specie di sindrome di Beck allargata: sfiducia nel futuro, in se stesso, negli altri, nel mondo e nella giustizia. Può essere suicidio per autotacitazione testimoniale, quindi a favore delle persone che in via ipotetica avrebbe potuto danneggiare con le proprie rivelazioni; per rimorso se avesse egli taciuto in parte o totalmente la terribile verità di cui era custode geloso, così impedendo l’accertamento dei fatti e quindi l’individuazione del colpevole. La logica induce a ritenere che Vanacore si sia assunto responsabilità altrui e che abbia voluto pagare per tutti.

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