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Palamara scende in politica: «Metto da parte la toga, ma non sarà per sempre»

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L'ex magistrato annuncia la sua candidatura dalla sede del Partito Radicale: correrà con il proprio simbolo alle elezioni suppletive della Camera nel collegio di Roma Primavalle
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Luca Palamara scende in politica. Senza simboli di partito, ma aprendo le porte a chiunque, a destra come a sinistra, volesse abbracciare la sua causa. Che è la causa per una «giustizia giusta», accogliendo le istanze dei cittadini «dal basso e non dall’alto, per una volta». L’ex capo dell’Anm fa il suo annuncio dalla sede del Partito Radicale, confermando la volontà di candidarsi con il proprio simbolo alle elezioni suppletive della Camera nel collegio di Roma Primavalle.

«Intendo dare una continuità al mio racconto», evidenzia, partendo da quella che sembra la fine della sua carriera, anche se l’ex pm (che ex non vuole essere chiamato) crede ancora di poter tornare in aula da protagonista e non solo da imputato. «Questa mattina ho riposto la mia toga – spiega -, che è pure la toga paterna, nell’armadio. Con una certezza: quella di poterla rindossare al termine di un percorso che sarà lungo, ma che sono convinto ristabilirà la verità». Il riferimento è alla decisione di giungere ad una revisione della sentenza con la quale le Sezioni Unite civili della Cassazione, qualche giorno fa, hanno decretato la sua definitiva radiazione dalla magistratura. Una sentenza, ha evidenziato, che rispetta ma non condivide. «È una decisione ingiusta», dice, sottolineando il tempismo di una pronuncia arrivata la sera stessa in cui la sezione disciplinare del Csm ha bocciato «in maniera clamorosa» l’attività del pg della Cassazione Giovanni Salvi e del procuratore Francesco Greco, dicendo no alla richiesta di trasferire il pm milanese Paolo Storari.

Una sentenza complessa, lunga 187 pagine, tante se si pensa che l’intento era quello di «sconfessare una cena, quella in cui si parlava della nomina del procuratore di Roma». Ovvero la cena all’Hotel Champagne del 9 maggio 2019. Eppure, evidenzia Palamara, «quella cena non fu l’unica». E ne cita una «gemella», quella che portò all’elezione di David Ermini alla vicepresidenza del Csm, «rispetto alla quale nessuna parola è stata detta». Nessuna volontà di vendetta, spiega, ma solo quella di «raccontare come funzionano i meccanismi interni alla magistratura», il meccanismo delle autopromozioni, che «nella pubblica amministrazione costituisce un reato». Ma non nella magistratura, stando alla circolare con la quale la procura generale della Cassazione, poco dopo lo scandalo nomine, ha stabilito che per un magistrato chiedere una raccomandazione non rappresenta un illecito.

Palamara, così come fatto ieri sulle colonne di questo giornale, si rivolge allora proprio ai colleghi, a coloro i quali di quelle cene hanno beneficiato: «Tocca a voi raccontarlo, non lasciate che debba essere sempre io a farlo», afferma. Anche perché la sua storia è più complessa di quel che appare, al punto da inserirvi al suo interno anche il caos verbali che riguarda Storari. Una vicenda che «ritengo strettamente collegata a quello che accade nella notte del 9 maggio del 2019. Il 23 maggio del 2019 il nominativo del procuratore di Roma venne votato, tra gli altri, dal consigliere Davigo. La sentenza non tocca questo punto – spiega – che va chiarito». Palamara tira in ballo, infatti, la «controversa» lite tra Davigo e un altro consigliere del Csm, Sebastiano Ardita, all’indomani della pubblicazione sui giornali della vicenda Palamara. «Questa controversia è riconducibile al fatto che fu il consigliere Ardita a dire al dottor Davigo di votare Viola? – si chiede – Fatto sta che il nome di Ardita è il primo che viene consegnato al dottor Davigo» quando Storari consegna i verbali in cui Amara svela l’esistenza di una fantomatica loggia denominata “Ungheria”.Palamara, dunque, vuole la verità. La chiede a tutti.

E nel frattempo porta avanti la sua battaglia, candidandosi anche con lo scopo di promuovere i referendum sulla giustizia promossi dal Partito Radicale. Eccetto uno: quello sulla responsabilità diretta delle toghe, «perché la mia è una battaglia per i magistrati, non contro i magistrati», dice. E dopo “Mafia capitale”, aggiunge, «Roma deve riabilitarsi a partire dalle realtà considerate più periferiche. Una delle mie ambizioni è l’educazione alla legalità e al rispetto delle regole». Le realtà più periferiche devono essere destinatarie degli «investimenti più importanti», dice, per consentire alle giovani generazioni di crescere in una società sana.

«Non ho preclusioni verso nessuno – spiega dunque -, chiunque ritenga di dover utilizzare il mio contributo sappia che io sono presente. Continuerò a parlare e confrontarmi con tutti e andrò avanti nella mia battaglia che riguarderà il mio caso, che porterò in Europa e la mia battaglia politica nell’interesse dei cittadini che hanno voglia di sapere come funzionano le cose, che non vogliono una sentenza ingiusta e non vogliono processi ingiusti». E alla Cedu Palamara chiederà di verificare perché nel corso del suo procedimento disciplinare «non sono stati ammessi i testimoni e se quel giudice che mi ha giudicato è un giudice terzo e imparziale», aggiunge. Perché non si può pensare di «condannare quel sistema – spiega il segretario dei Radicali, Maurizio Turco – condannando Palamara e salvando tutto quello che riguarda le procedure, i metodi e i comportamenti».

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