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Caso Eni, mezza procura di Milano convocata a Palazzo dei Marescialli

Il Csm studia il caso della sentenza sulla presunta maxi tangente e dei verbali consegnati da Storari a Davigo
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L’indagine promossa dal Csm sulla guerra tra toghe a Milano va avanti. Con la convocazione di quasi tutti i procuratori aggiunti di Milano in prima commissione, che si occupa delle questioni di incompatibilità ambientale, nell’ambito di un’istruttoria relativa a «un’attività di vigilanza» sugli uffici giudiziari del capoluogo lombardo.

Uffici presso i quali la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha già inviato una squadra di ispettori, per fare chiarezza sui veleni tra magistrati inquirenti e giudicanti nati a ridosso della sentenza Eni, con l’assoluzione di tutti e 15 gli imputati. Tra le questioni al vaglio anche il caso dei verbali secretati sulle dichiarazioni rese dall’ex legale esterno dell’Eni Piero Amara circa l’esistenza di una presunta “Loggia Ungheria”, di cui farebbero parte anche numerosi magistrati. Questione nata dalla consegna dei verbali segreti all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo da parte del pm Paolo Storari, all’epoca titolare del fascicolo sul falso complotto Eni, consegna che è costata ad entrambi l’iscrizione sul registro degli indagati a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio. Una vicenda, questa, che è però solo un tassello di un puzzle ben più ampio relativo ai dissapori tra magistrati, anche perché Storari non è l’unico magistrato milanese ad essere indagato: a Brescia è stato infatti aperto un fascicolo anche sull’aggiunto Fabio De Pasquale e sul sostituto Sergio Spadaro, i due pm d’accusa del caso Eni/ Nigeria, indagati per rifiuto d’atti d’ufficio per la gestione delle prove del caso.

Tra i destinatari della convocazione ci sono, come già annunciato nei giorni scorsi, l’aggiunta Tiziana Siciliano, che ha deleghe a tutela della salute, dell’ambiente e del lavoro, Eugenio Fusco, che si occupa di frodi e tutela dei consumatori, Maurizio Romanelli, delitti contro la Pa – Diritto penale dell’economia, Letizia Mannella, tutela della famiglia, dei minori e di altri soggetti deboli, e l’aggiunta Laura Pedio, criminalità organizzata comune, rimasta l’unica a seguire il fascicolo sul falso complotto. Manca, dunque, la convocazione di De Pasquale, che si occupa di affari internazionali e reati economici transnazionali. Tra i sostituti convocati ci sono anche Francesca Crupi, Alberto Nobili, coordinatore della sezione distrettuale antiterrorismo e Gaetano Ruta, che ha lavorato su casi di corruzione internazionale e da poco passato alla procura europea assieme a Spadaro.

Non si escludono anche le audizioni di Riccardo Targetti ( crisi di impresa) e Alessandra Dolci ( Dda) ed è probabile anche quella del procuratore Francesco Greco, anche se per ora non è ancora stato contattato. Ma saranno ascoltati anche Roberto Bichi, presidente del Tribunale di Milano, e Marco Tremolada, presidente della settima sezione penale e del collegio del processo Eni- Shell/ Nigeria. De Pasquale aveva provato a far entrare nel processo anche la testimonianza di Amara, secondo cui proprio Tremolada sarebbe stato avvicinabile dalle difese degli imputati. Su tale questione era stato aperto un fascicolo a Brescia, poi archiviato senza alcuna iscrizione.

E Tremolada, nella sentenza di assoluzione degli imputati del processo Eni, aveva fortemente criticato la gestione dell’accusa, compreso il fatto di aver nascosto un filmato ritenuto importante per le difese, dal quale si evinceva il complotto ordito da Vincenzo Armanna – il grande accusatore – a danno dell’Eni, contro la quale era intenzionato ad attivare la macchina del fango. Le audizioni si dovrebbero svolgere tra il 26 e il 27 luglio e probabilmente non si limiteranno alla vicenda Eni e al caso Davigo, ma potrebbero riguardare anche la gestione di altri fascicoli. E chissà che effetto farà a Davigo ricevere solidarietà da quanti, in passato, si sono spesso scontrati con lui proprio per la sua idea di giustizia, nella quale la presunzione d’innocenza non trova spazio. E oggi che si trova lui dall’altra parte della barricata, a correre in suo soccorso è chi, come Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, è spesso finito alla gogna perché anche solo lambito da inchieste giudiziarie.

«Il giudice Davigo ha ricevuto un avviso di garanzia: per noi non significa una condanna. Aspetteremo le sentenze, noi. E difenderemo la giustizia dal giustizialismo e dai giustizialisti, sempre # ControCorrente», ha scritto sul proprio profilo Facebook Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera. Nella sua e- news, invece, Renzi, pubblicizzando il suo ultimo libro, dal titolo “Controcorrente”, ribadisce la necessità di «chiudere la guerra dei trent’anni fra politica e magistratura. Lo penso davvero. Ne parleremo ancora nei prossimi giorni. Intanto, simbolo dei simboli, al giudice Davigo è arrivato un avviso di garanzia – si legge -. Noi garantisti siamo molto chiari e coerenti: un avviso di garanzia non è una sentenza di condanna. Vale per tutti. Anche per Davigo. Per noi Davigo è un cittadino innocente, non – come diceva qualcuno – un colpevole non ancora scoperto. Perché noi siamo garantisti, non giustizialisti. Noi». Una solidarietà che, però, ha il gusto della vendetta, date le condanne senza appello inflitte mediaticamente al leader di Italia viva e alla sua squadra. E al coro di voci solidali si aggiunge anche quella del sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. «Una informazione di garanzia non è e non può diventare, per chiunque, una sentenza di condanna, anche se in Italia troppo spesso il processo mediatico stravolge regole e diritti delle aule dei Tribunali», ha dichiarato a Tgcom24.

 

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