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Migliaia di reporter, attivisti e avvocati spiati dai governi: scoppia il caso Pegasus

Anche il governo di Viktor Orbán ha schierato il sofisticato spyware israeliano per controllare avvocati, giornalisti e dissidenti. L'inchiesta di Guardian e Washington Post
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Sono almeno dieci i paesi coinvolti nell’affare «Pegaus», inchiesta giornalistica che prende il nome dall’omonimo software sviluppato dal gruppo Nso con sede in Israele, il più famigerato gruppo di hacker su commissione del mondo, con cui gli apparati di sicurezza hanno spiato critici, oppositori, giornalisti, avvocati, attivisti per i diritti umani e politici, tra cui 13 tra presidenti della Repubblica, capi di Stato e di governo in carica o cessati dalle funzioni. I Paesi coinvolti sono Ungheria, Azerbaigian, Kazakhstan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, India, Messico, Marocco e Ruanda.

È quanto si apprende dall’inchiesta condotta per mesi dall’organizzazione giornalistica no profit francese Forbidden Stories con Amnesty International. Alle ricerche hanno partecipato 16 media di vari Paesi, tra cui «The Washington Post», «Sueddeutsche Zeitung», «Le Monde» e «The Guardian». Il software di Nso avrebbe svolto un ruolo anche nell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista e oppositore saudita ucciso nel 2018 all’interno del consolato della monarchia degli Al Saud a Istanbul. In particolare, Pegasus sarebbe stato utilizzato dall’apparato di sicurezza saudita per intercettare Khashoggi, l’ex moglie Alaa Nassif, la compagna Hatice Cengiz, suoi amici e conoscenti nonché i funzionari turchi che indagavano sull’omicidio del giornalista. Il gruppo Nso ha negato in una dichiarazione via e-mail che i dati su cui si basava il rapporto fossero trapelati dai suoi server «poiché – si legge nella nota – tali dati non sono mai esistiti su nessuno dei nostri server». Il gruppo ha definito il rapporto stilato da Global Media «pieno di ipotesi errate e teorie non provate».

Ma da un elenco di oltre 50.000 numeri di cellulare ottenuto dall’organizzazione non profit di giornalismo Forbidden Stories con sede a Parigi e dal gruppo per i diritti umani Amnesty International e condiviso con 16 testate, i giornalisti sono stati in grado di identificare più di 1.000 persone in 50 paesi che sarebbero state selezionate da clienti NSO per essere sottoposti a sorveglianza. Nell’elenco compaiono i nomi di 189 giornalisti, più di 600 politici e funzionari governativi, almeno 65 dirigenti aziendali, 85 attivisti per i diritti umani e diversi capi di stato, secondo il Washington Post, che ha condotto l’inchiesta. I giornalisti lavorano per organizzazioni tra cui The Associated Press, Reuters, CNN, The Wall Street Journal, Le Monde e The Financial Times.

A schierare Pegasus come nuova arma nella sua guerra ai media è il governo di Viktor Orbán. Da quanto emerge dall’analisi forense, diversi telefoni e device di giornalisti investigativi ungheresi sarebbero stati infettati. Colpita, da quanto si legge sul sito del Guardian, anche la cerchia di uno degli ultimi proprietari di media indipendenti rimasti a Budapest. I documenti trapelati suggeriscono che una vasta gamma di persone in Ungheria sono state selezionate come potenziali bersagli di un possibile tentativo di hacking con il sofisticato spyware Pegasus. In un certo numero di casi, le analisi forensi hanno confermato che i dispositivi erano stati infettati da Pegasus. Tra loro ci sono almeno 10 avvocati, un politico dell’opposizione e almeno 5 giornalisti. In particolare, 2 di loro lavorano per la testata investigativa Direkt36, che collabora con l’inchiesta condotta da 17 testate internazionali per tracciare gli effetti dello spyware Pegasus. Tra le vittime delle intercettazioni illegali c’è anche Szabolcs Panyi, nota firma con una vasta gamma di fonti nei circoli diplomatici e di sicurezza nazionale.

 

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