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Stati Uniti, la piaga dell’isolamento carcerario

Equiparata alla tortura dalle Nazioni Unite, questa forma di segregazione oltreoceano è diventata un'abitudine. E le associazioni per i diritti dei detenuti lanciano la campagna Federal Anti-Solitary Taskforce
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Il 10 dicembre 1984 le Nazioni Unite sottoscrissero quella che è passata alla storia come Convenzione contro la tortura.

I termini usati per definirla furono molto precisi: “qualsiasi misura mediante la quale un forte dolore o sofferenza fisica è intenzionalmente inflitta ad una persona”. Il riferimento naturalmente era alle persecuzioni attuate principalmente dai paesi con regimi dittatoriali ma il significato ha assunto una valenza più generale estendendosi anche ad altri contesti, non escluso il sistema carcerario delle nazioni democratiche.

E’ il caso degli Stati Uniti sotto accusa per la pratica dell’isolamento carcerario. Una modalità di pena che ha portato l’Onu, nel 2011, a vietarla per periodi superiori ai 15 giorni, superati i quali si potrebbe dunque parlare proprio di tortura.

E’ stato l’incaricato speciale del Palazzo di vetro a Juan Mendez a intendere l’isolamento prolungato come «trattamento o punizione crudele, inumano e degradante» che infligge danni permanenti.

Gli Usa che hanno il tasso di incarcerazione più alto del mondo violano quotidianamente gli standard stabiliti, circa l’8% dei 152.832 detenuti in custodia federale si trova in una qualche forma di isolamento , secondo i dati del Bureau of Prisons. In numeri reali si tratta di 12.226 detenuti in queste condizioni.

Di questi 80mila sono persone afroamericane o latinos rinchiuse per lo più in penitenziari monstre che ospitano una media di 25mila detenuti. L’isolamento viene applicato nel caso di violenze contro altri prigionieri, per la sicurezza personale del carcerato o per scontri con le guardie penitenziarie.

Il confinamento viene trascorso in quelle che vengono chiamate “restricted housing”, eufemisticamente “unità abitative speciali”, piccole celle senza finestre nelle quali si rimane anche per 22-24 ore al giorno, senza alcun contatto sociale significativo con gli altri, a volte per anni. Anche le interazioni con il personale penitenziario sono gestite attraverso un piccolo pertugio sulle porte.

Diversi studi hanno dimostrato che un simile trattamento può infliggere danni fisici come perdita di memoria, insonnia, ipertensione e deterioramento della vista, nonché ferite psicologiche come ansia, depressione, insonnia e fobie che durano a lungo dopo il rilascio.

Nel corso degli anni le varie amministrazioni che si sono susseguite alla Casa Bianca hanno sempre negato o minimizzato tutto ciò, ma “stranamente” hanno puntualmente respinto le richieste di visite alle carceri da parte dello stesso Mendez o altri funzionari Onu.

E’ successo sia per quanto riguarda i detenuti ristretti a Guantanamo Bay ma anche in altri penitenziari federali.

Ora però qualcosa potrebbe cambiare grazie alla campagna della  Federal Anti-Solitary Taskforce (FAST), una coalizione di circa 130 associazioni e gruppi, che sta facendo pressione sul governo Usa affinché vengano messi in campo atti legislativi, esecutivi e amministrativi per porre fine alla tortura dell’isolamento carcerario.

Qualche risultato si sta ottenendo a livello statale e di contea come testimoniano i report dell’ACLU (American Civil Liberties Union) che sta portando avanti l’iniziativa denominata Stop Solitary in tutto il paese. Per Johnny Perez, un ex detenuto anch’esso vittima dell’isolamento, e ora direttore del Programma penitenziario degli Stati Uniti per la Campagna religiosa nazionale contro la tortura, membro di FAST: «un numero crescente di Stati ha preso posizione contro la tortura delle persone in confinamento».

Tanto è vero che nel 2021, 70 atti legislativi sono stati depositati in 32 stati per porre fine ad alcuni aspetti dell’isolamento nelle carceri statali».Particolarmente importante è la decisione della città di New York che nell’aprile scorso ha vietato il trattamento del confinamento solitario superiore ai 15 giorni.

In particolar modo un nuovo regolamento carcerario è stato applicato nel penitenziario della Grande Mela, il Rikers Island.

Qui nel 2019 una detenuta trasgender, Layleen Polanco, morì a seguito di un attacco epilettico proprio mentre si trovava in isolamento, un fatto che sollevò grandi critiche da parte dell’opinione pubblica liberal, la base elettorale del sindaco Dem Bill de Blasio.

Quest’ultimo a marzo aveva già annunciato le sue intenzioni: «Sono giunto alla conclusione che potremmo porre fine del tutto al confinamento, cosa che è stata fatta in pochi posti in questo paese».

Un esempio simile è quello dello stato del Connecticut che sta  valutando una legislazione apposita sostenuta anche dall’ex star dell’NBA Caron Butler, che ha trascorso due settimane in custodia isolata quando era minorenne nel Wisconsin.

Al momento dunque a muoversi sono solo singole città e stati, la Casa Bianca infatti non ha spinto nella direzione auspicata dalla FAST, ciò sebbene Joe Biden durante la campagna elettorale aveva promesso di «assicurare condizioni carcerarie umane» e di «iniziare ponendo fine alla pratica dell’isolamento, con eccezioni molto limitate come la protezione della vita di una persona detenuta».

Anche la vicepresidente Kamala Harris nel 2019 aveva chiesto la fine dell’isolamento e le sue dichiarazioni sono ancora ben presenti: «È tempo che il governo federale guidi ponga fine alla pratica una volta per tutte e incentivi gli stati a farlo».

Le associazioni rimangono comunque fiduciose e hanno già chiarito le loro richieste: porre fine a tutte le forme di isolamento, garantire misure alternative, impiegare decisori neutrali durante le udienze e creare un controllo indipendente da parte di un difensore civico, dei media e stakeholder delle comunità.

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