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E alla fine lo Stato riconobbe agli assolti un ristoro da 63 euro…

Dopo aver dato l'Ok all'emendamento di Costa, il governo stanziò una cifra ridicola. E ora via Arenula non sa come evitare che una norma sacrosanta si riduca a una beffa
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È una legge giusta. Lo sanno tutti. Lo riconoscono tutti. Quando nel novembre 2020 il deputato di Azione Enrico Costa, primo firmatario dell’emendamento sui rimborsi agli assolti, ne parlò con l’allora guardasigilli Alfonso Bonafede, non si trovò affatto dinanzi a un interlocutore distante e scettico.

«Caro Enrico», rispose l’ex ministro del Movimento 5 Stelle, «sono assolutamente d’accordo con te sull’opportunità che lo Stato ristori, nei limiti del possibile, le spese legali sostenute da chi sia stato imputato in un processo penale e abbia poi ottenuto il proscioglimento, perché si tratta di una norma di civiltà. Abbiamo però un problema». «Quale?», chiese preoccupato il parlamentare noto per le proprie battaglie garantiste e che, inizialmente, aveva proposto di approvare l’ipotesi formulata anni addietro dal Cnf, cioè la detraibilità delle spese di difesa. «Qual è l’ostacolo?», ripeté Costa a Bonafede. L’ex guardasigilli spiegò: «Non esiste una statistica sul numero dei cittadini che ogni anno escono assolti nell’ambito di un processo con una delle formule ampiamente liberatorie per le quali tu proponi giustamente di prevedere il rimborso. All’ufficio statistico di via Arenula», rivelò Bonafede, «non è mai stato condotto un rilevamento su questa casistica così particolare. E visto che non sappiamo quanti sono, sarà complicato approvare la norma, perché dovremmo andare al buio sulle coperture».

Come ben capite, già in quella fase “prodromica” all’approvazione della norma (di cui vi diamo conto in modo dettagliato in altro servizio di questa edizione, nda) era chiaro quanto poco si pensasse di poter sacrificare, finanziariamente, per risarcire gli innocenti della pena loro inflitta con l’indebita sottoposizione a un processo. Era implicitamente pacifico quanto limitato potesse risultare lo “sforzo” che eravamo disposti a fare noi cittadini, noi amministrazione pubblica, noi maggioranza o ex maggioranza, per ristorare chi è stato costretto per anni al supplizio dell’accusa ingiusta, dell’infamia che ne deriva, della perdita del lavoro, e dell’onore, che spesso a quell’accusa si accompagna. Ma fino a che punto quella “concessione” sarebbe stata “risicata”?

Primo dato: il numero degli assolti interessati

Lo si capisce dai numeri che ora abbiamo a disposizione. Numeri che parlano chiaro, perché poi la norma è stata sì approvata (con la legge di Bilancio per il 2021), ma prevede che, per cominciare già quest’anno a restituire almeno una frazione delle spese legali sostenute dal malcapitato, è necessario che il guardasigilli, di concerto col ministro dell’Economia, adotti un decreto ministeriale attuativo. Il decreto ancora non c’è, quindi niente rimborsi. Ma non solo. Perché proprio pochi giorni fa si è scoperto anche per quale raggelante motivo il decreto non è stato ancora predisposto, nonostante la presenza a via Arenula di una ministra della Giustizia, come Marta Cartabia, attentissima alla tutela delle garanzie. Lo si è scoperto perché sempre il deputato Enrico Costa ha presentato martedì scorso, in commissione Giustizia a Montecitorio, un’interrogazione urgente alla guardasigilli, e già il giorno dopo ha ottenuto risposta dal sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto.

Nel lungo documento di replica, Sisto ha dovuto esporre l’amara verità: va innanzitutto segnalata «la estrema complessità delle attività e dei relativi adempimenti da eseguire, segnatamente con riferimento alle opportune verifiche concernenti la congruità delle risorse annuali stanziate rispetto alla platea dei possibili beneficiari». Soprattutto, ha spiegato il sottosegretario Sisto, «vanno necessariamente sottolineati alcuni profili critici derivanti dalla esiguità del fondo appostato in bilancio» che è di «8 milioni di euro all’anno al massimo ». Mentre invece è «potenzialmente molto ampio» il numero «dei soggetti aspiranti alla elargizione del beneficio» pari a «oltre 125 mila domande»

….e il secondo dato: quanto spetterebbe a ciascun assolto 

Ecco quindi, finalmente, il dato di cui qualche mese prima Bonafede ancora non poteva disporre. Ma è da brividi il risultato della divisione: ne deriva «un rimborso medio nella esigua misura di 63 euro».Adesso, ci potremmo anche dilungare sulla microingegneria contabile del problema, non elusa da Sisto nella propria replica. Ad esempio, sul fatto che «non poche difficoltà comporta la locuzione per cui l’elaborazione dei “criteri” e delle “modalità di erogazione dei rimborsi” deve essere effettuata “attribuendo rilievo al numero di gradi di giudizio cui l’assolto è stato sottoposto e alla durata del giudizio” ».Come ha detto ancora il sottosegretario alla Giustizia nella risposta all’interrogazione, ilministero dovrà sforzarsi di offrire una «ragionevole interpretazione del dato normativo». Il che potrebbe anche voler dire che si eviterà l’elemosina dei 63 euro e si assicurerà il rimborso solo a chi è rimasto sotto processo per un numero particolarmente elevato di anni, oltre che per tutti i gradi di giudizio possibili.Ma c’è innanzitutto un evidentissimo problema, che induce lo stesso Costa a dichiarasi «per nulla soddisfatto della risposta ricevuta».

Il rischio che tutto si riduca a un’integrazione della “Pinto” 

Il paradosso è nel fatto che, seppure si riuscisse ad assicurare un rimborso, per esempio, di 1.000 euro solo a chi abbia visto il proprio processo sforare soglie temporali assurde, dai 7 anni in poi, ci si ridurrebbe in pratica a una mera integrazione dell’indennizzo già previsto dalla legge Pinto per l’irragionevole durata del processo. E non erano certo questi l’obiettivo e la ratio della norma, che invece voleva far risaltare un altro aspetto: la drammatica condizione di chi deve difendersi da un’accusa ingiusta, anche con il sacrificio necessario a sostenere le spese per la difesa.Costa ha controreplicato con un’obiezione di significato politico: considerata la «continuità dell’azione amministrativa e governativa», il ministero non può, sostiene il deputato di Azione, «giustificare il proprio ritardo negli adempimenti richiesti sulla base di una presunta criticità della disposizione». Se il governo considera la norma inadeguata, «dovrebbe ricorrere nuovamente al Parlamento per la sua opportuna modifica ».

L’ennesima sottile offesa al lavoro dell’avvocato 

Va detto che Sisto, nella risposta, ha più volte ribadito come sia «fermo l’impegno del ministero al pronto adempimento di quanto previsto» e dunque a emanare il prima possibile il decreto attuativo. Ma forse c’è un risvolto sottile, anzi un doppio risvolto che ci pare di poter intravedere. Relativo innanzitutto al fondo stanziato che, come ricordato, è di appena 8 milioni.Nella sessione di Bilancio ci si è dovuti accontentare. E oltretutto, si trattava pur sempre di una proposta emendativa proveniente da un parlamentare come Enrico Costa che all’epoca non faceva parte della maggioranza.E quando in legge di Bilancio vengono approvate modifiche o richieste presentate dall’opposizione, non si largheggia mai.

Va pure detto che, per esempio, l’allora ministro dell’Economia Roberto Gualtieri non è che abbia fatto uno sforzo particolare, in modo da assegnare a via Arenula qualche risorsa in più per poter assicurare il ristoro degli assolti. Ecco, ma a ben vedere, dietro tanta “ristrettezza”, che un po’ stona in un’epoca in cui a ogni pie’ sospinto si approvano decreti emergenziali da 40 miliardi, viene anche da pensare che non si sia avuta grande considerazione per il lavoro dell’avvocato.Quando c’è un cittadino accusato, processato e poi assolto, se ne passa qualche anno; e qualche anno di lavoro, anche per il difensore, non può certo essere monetizzato in una mancia buona per una seratina al pub.

L’altra considerazione è più sottile, forse perfida, amara ma in fondo aperta a un’inopinata speranza: visto che un decreto lo si dovrà pur approvare, e che dunque a breve un criterio di assegnazione dei ristori andrà stabilito, e visto che dati i numeri esigui, in un modo o nell’altro il risultato sarà deludente, il giorno in cui si scoprirà che ci si è dovuti accontentare magari di concedere un ristoro da un migliaio di euro a una percentuale ristretta dei 125mila assolti, e che dunque in decine e decine di migliaia resteranno senza alcun rimborso, e si capirà che il tutto dipende dal fatto che per le persone ingiustamente accusate non si è stati capaci di andare oltre cifre simili, ebbene quel giorno forse sarà chiaro anche all’opinione pubblica meno garantista quanta sadica indifferenza noi, come Stato, siamo capaci di provare per le vittime della malagiustizia.E se pure solo una piccola parte del Paese sarà convinta, da tale constatazione, che quelle vittime meritano un po’ più di rispetto, oltre che di soldi, si sarà forse ottenuto un risultato prezioso, non quantificabile, capace di assicurare un “ritorno morale”, con tanto di interessi, per il futuro.

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