Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

A Pillon non rispondiamo soltanto con Samantha Cristoforetti

Se per il senatore Pillon le donne hanno una naturale propensione «alle materie legate all'accudimento», facciamo bene ad indignarci. Magari senza scomodare "l'eccezione" di AstroSamantha, ma discutendo di qualche dato
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Ci siamo cascati di nuovo. Ieri l’altro il senatore Simone Pillon ha dichiarato a mezzo social che le ragazze sì, magari vanno anche all’Università, ma è noto che abbiano una naturale «propensione per materie legate all’accudimento, come per esempio ostetricia». L’occasione per farci saltare dalla sedia gli è servita su un piatto d’argento. Al leghista Pillon, infatti, maestro della provocazione, non è sfuggita la decisione dell’Ateneo di Bari di ridurre le tasse per le studentesse, in modo da incentivarle a frequentare corsi di laurea “tipicamente maschili”. Ecco «l’ideologia gender», accusa Pillon, tanto per farcire di nuovi argomenti la sua crociata Facebook contro il ddl Zan.

Fatto sta che il popolo del web è subito insorto e non si è fatto trovare impreparato. Anzi, ha prontamente affilato le armi della «prima donna che…». E anche in questo caso la cronaca ha offerto l’appiglio per argomentare: è proprio di ieri la notizia che Samantha Cristoforetti sarà la prima donna europea a comandare la Stazione Spaziale Internazionale in occasione dell’Expedition 68a che sarà lanciata nel 2022. Un «orgoglio italiano» che fa piacere a tutti. Ma davvero per rispondere al Pillon sessista c’è bisogno di scomodare il pur illustre esempio di AstroSamantha? O di Marie Curie, Margherita Hack e via dicendo. Impugnare “l’eccezione” e mettersi a fare la lista della spesa non è forse un modo per dargli ragione?

Forse potremmo ragionare sul fatto che non tutti siamo destinati allo Spazio. A qualcuna può persino piacere ostetricia, e qualcun’altra può persino non gradire le materie scientifiche. Ma qualunque sia la nostra “naturale propensione”, di certo questa non è determinata dal genere. Ammesso che si debba parlare di “propensione”, e non si debba invece discutere di possibilità. Perché a ben vedere è quel “tipicamente maschile” che fa storcere il naso. Secondo l’ultimo rapporto sul “gender gap” pubblicato lo scorso marzo dal consorzio interuniversitario Almalaurea, statisticamente le donne «studiano di più, hanno più interessi e voti più alti, ma nel lavoro hanno retribuzioni inferiori e sono penalizzate se hanno figli». Nel rapporto, fondato “sulle performance formative e professionali delle donne, dalla scuola superiore all’università, fino al mercato del lavoro” si legge che, in base ai dati 2020, tra i «laureati di secondo livello, a cinque anni dal conseguimento del titolo, le differenze di genere si confermano significative e pari a 5,0 punti percentuali in termini occupazionali: il tasso di occupazione è pari all’84,8% per le donne e all’89,8% per gli uomini». «Le differenze di genere si confermano anche dal punto di vista retributivo», prosegue il rapporto, secondo il quale «tra i laureati di secondo livello che hanno iniziato l’attuale attività dopo la laurea e lavorano a tempo pieno emerge che il differenziale, a cinque anni, è pari al 16,9% a favore degli uomini: 1.715 euro netti mensili rispetto ai 1.467 euro delle donne».

Si obietterà che tale divario è determinato anche dalle diverse scelte di studio e professionali maturate da uomini e donne. Ma se guardiamo alla composizione per genere tra i laureati dell’Area Stem (science, technology, engineering and mathematics), scopriamo che a fronte di una più elevata componente maschile (il 59,8 % rispetto al 40, 2%, dati Almalaurea), le donne si distinguono per una migliore riuscita in termini di voti e regolarità negli studi (tra le donne il 51,3% ha concluso gli studi nei tempi previsti rispetto al 47,7% degli uomini) e ciononostante restano penalizzate nel mondo del lavoro con una percentuale di occupazione pari all’86,9% per le donne contro il 92,9% per gli uomini. Un dato confermato anche dal Consiglio Universitario Nazionale, che nell’ultimo rapporto pubblicato a dicembre 2020 mette in evidenza le disparità di genere nei gradi più alti della carriera accademica all’interno delle Università italiane. Un divario particolarmente accentuato nelle discipline dell’Area Stem, ma radicato anche nelle facoltà di medicina, giurisprudenza ed economia. Insomma, abbiamo guardato allo Spazio e ci siamo dimenticati della terra: ci siamo cascati di nuovo.

Ultime News

Articoli Correlati