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Caso verbali, la versione di Ardita: «Non temo queste calunnie. Davigo? Doveva seguire la legge»

Il consigliere del Csm Sebastiano Ardita ospite a "Non è l'Arena": «Se esiste la possibilità di derogare alla legge in circostanze speciali, non c'è più lo Stato di diritto. Torniamo un'altra volta all'800 in cui qualcuno si assume la responsabilità o la voglia di scavalcare la legge»
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«Penso che in questo momento sia giusto andare a fondo, capire tutte le contraddizioni, da magistrato e cittadino aspetto che si faccia piena chiarezza su questa vicenda». Per Sebastiano Ardita, magistrato e consigliere del Csm, la vicenda verbali dell’avvocato Piero Amara riguardati la presunta loggia segreta “Ungheria”, che lo coinvolge in prima persona, non è altro che un tentativo di screditarlo, una vera e propria «calunnia».

Ospite del programma “Non è l’Arena”, Ardita dà la sua versione dei fatti rispondendo alle domande di Giletti: «Io sto molto bene, non mi ero mai abituato all’idea di un attentato all’integrità morale, avendo una vita assolutamente lineare e trasparente non temo questo attacco». E poi: «Può capitare nella vita professionale di essere oggetto anche di una calunnia, quello che è più grave è trovarsi al centro di circostanze che devono essere chiarite, che vanno dall’imbustamento della calunnia all’interno di un plico mandato ai giornali e anche a Di Matteo fino a una serie di situazioni informali che vanno ancora tutte chiarite».

Ardita parla quindi dell’ex consigliere del Csm ed ex amico Piercamillo Davigo, il quale ricevette i verbali dal pm milanese Storari e ne parlò in via informale con il vicepresidente del Csm David Ermini senza seguire le vie ufficiali. Con l’intento – spiega lo stesso Davigo – di proteggere le indagini. «Le vie formali sono le vie previste dalla legge», ribadisce Ardita. Poi l’affondo: «Se esiste la possibilità di derogare alla legge in circostanze speciali, non c’è più lo Stato di diritto. Torniamo un’altra volta all’800 in cui qualcuno si assume la responsabilità o la voglia di scavalcare la legge». Alla domanda se si senta tradito da Davigo, Ardita risponde: «Questo è quello che possono pensare altri. Io voglio che si vada in fondo alle contraddizioni».

«Stento a credere che Marcella Contrafatto possa aver partecipato ad un’azione del genere», dice quindi Ardita rispondendo alla domanda se possa essere stata la funzionaria Marcella Contrafatto il presunto “corvo” che avrebbe recapitato i verbali dell’avvocato Amara ai giornalisti. Il magistrato racconta poi un episodio: «Siamo nel Natale che precede il lockdown, bussano alla mia porta nell’ufficio del Consiglio: era la signora Contrafatto, aveva in mano un oggettino di cristallo che le avevo regalato, mi guarda con gli occhi lucidi dicendo “dottore lei è l’unico consigliere che mi ha pensato, io questo non lo dimenticherò”. Per questo e anche per altre ragioni che non sto qui a raccontare, io ho sempre visto negli occhi di Marcella Contrafatto un atteggiamento, uno sguardo di affettuosa riconoscenza nei miei confronti. Francamente, non riesco a vederla nel ruolo di chi imbusta una calunnia e la manda al dottor Di Matteo e ai giornali contro di me». E se fosse stata davvero la Contrafatto? «La perdonerei», ha risposto Ardita, «in tutta la mia vita non ho mai fatto nulla contro qualcuno che è più debole di me. Quindi la perdonerei sicuramente».

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