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Quel conflitto senza fine che ci rende tutti più stupidi

Perché l’eterna contesa israelo-palestinese, più di qualsiasi altro conflitto mai apparso sul nostro pianeta, suscita così tante passioni e chiamate alle armi tra chi quel conflitto non lo sta vivendo?
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Perché l’eterna contesa israelo-palestinese, più di qualsiasi altro conflitto mai apparso sul nostro pianeta, suscita così tante passioni e chiamate alle armi tra chi quel conflitto non lo sta vivendo? È quasi un riflesso condizionato che affiora ogniqualvolta la crisi si riaccende e balza in cima alle cronache: l’opinione pubblica occidentale si divide, si arruola e si posiziona automaticamente dietro le rispettive trincee. Chi con l’elmetto, chi con le cartine geografiche sguainate come spade, chi con i libri di storia, tutti con il ditino puntato contro gli avversari. E con il catalogo prestampato di insulti e illazioni da rovesciare in faccia all’ “altro”: «Antisemita!», «Imperialista!», «Terrorista!», «Genocida!».

Se critichi Israele vuoi la sua distruzione, se critichi la leadership palestinese sei complice dell’occupazione, se ti capita di sospendere il giudizio vieni bastonato da entrambe le parti. Non ci sono se, non ci sono ma, non ci sono sfumature: bisogna schierarsi e basta. E se a volte rimani in mezzo sei semplicemente un «vigliacco» o un «indifferente». Ribaltando Marx è come se nella nostra società fosse lievitata una specie di general sultification, un retroterra cognitivo distorto che accompagna e ammorba qualsiasi discussione sulla crisi in Medio Oriente. Prima dell’avvento dei social-network il monopolio della logomachia apparteneva ai media maistream e al dibattito ristretto “tra intellettuali”. Certo, all’epoca esisteva ancora la politica di massa e ci si lacerava nelle sezioni, nelle piazze, a cena con gli amici. Il perimetro era più angusto, ma il climax del tutto identico a quello di oggi. A proposito, il sottoscritto ha assistito ad amicizie miseramente naufragate nei fumi della polemica partigiana. E stiamo parlando di persone che non hanno mai avuto nessuna implicazione personale in quella guerra di cui conoscono i sommi capi tramite immagini video e la lettura di articoli consumati unicamente per confermare le proprie opinioni di partenza.

C’è qualcosa di profondamente sgradevole in questa replica h24 del conflitto riprodotto dai caldi salotti delle nostre case, dalle tastiere di telefoni e pc, uno zelo piccolo borghese che si nutre di tragedie lontane per alimentare il rancore, la frustrazione domestica e la propria spocchia ideologica. Mai come in questo caso la parola “strumentalizzazione” sembra così appropriata per descrivere il bullismo saccente con cui viene affrontato il dossier israelo-palestinese da chi, invece, dovrebbe avere il buon gusto di fare un passo indietro, forse anche due visto che non gli piovono in testa i missili. Ma forse c’è di più: quel dramma geopolitico dev’essere in qualche modo anche un luogo della psiche. Un luogo cupo dove regnano il rancore e la regressione tribale, qualcosa che ci rende più stupidi ma di cui evidentemente abbiamo bisogno. Non si spiegano altrimenti l’accanimento e la tenacia con cui ognuno blinda le sue certezze e le sue convinzioni.

Abbiamo visto cattolici convertiti all’islam, musulmani convertiti al cristianesimo, religiosi diventati atei, socialisti diventati fascisti, comunisti diventati liberisti e così via, ma praticamente mai un sostenitore di Israele ha cambiato opinione per abbracciare la “causa palestinese” e viceversa mai un pro-Palestina ha provato a interrogarsi sulle “ragioni di Israele”. Soltanto i tifosi delle squadre di calcio (che a parte alcuni casi clinici come Emilio Fede e Marco Travaglio non si cambia mai nel corso di una vita) vivono la loro appartenenza con tanto ribaldo dogmatismo. «Sono il più filo-arabo degli amici di Israele», disse un giorno il presidente francese Jacques Chirac: oggi verrebbe infilzato da entrambe le falangi della general stultification.

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