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La fabbrica globale dell’insulto

Dai duelli d'onore al linguaggio d'odio che domina il web: perché la pubblica ingiuria è il grado zero dell'intelligenza
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L’Insulto è il cortocircuito del giudizio, la sentenza che si sporge dalla norma, l’esibizione muscolare della parola, quasi un atto ginnico ci suggerisce l’etimologia: insultare, ossia saltare su qualcuno.

Come la preghiera o il comando, non ha un contenuto di verità ma è quasi un enunciato extralinguistico e performativo che modifica concretamente la realtà a cui si riferisce.

La sua genesi è antica almeno quanto il mondo e, nel corso dei secoli, si è rivelato un fortunato genere letterario, con i suoi codici, le sua cifre stilistiche, i suoi manierismi. Genere colto, riservato a nobiluomini che ardono per difendere la propria reputazione, scrittori che sbeffeggiano altri scrittori, filosofi elitari che si scagliano contro l’odiata plebaglia.

In verità la gran parte degli oltraggi nasce proprio dalla fantasia popolare, nelle strade, nelle bettole, nelle caserme, ma soltanto l’alta società aveva la possibilità di cimentarsi nell’arte pubblica dell’invettiva: «La collera ha i suoi privilegi» ironizzava quattro secoli fa William Shakespeare.

Anche se c’era poco da scherzare. Come scrive il filosofo Alain de Botton ne L’importanza di essere amati, fino a poco tempo fa l’insulto era un cimento che conduceva facilmente alla morte,

Fino alla Prima guerra mondiale, nella vecchia Europa non c’era gentiluomo che non avesse almeno una volta difeso il suo onore con la pistola o la spada: “Nel 1678 a Parigi un uomo morì per aver dichiarato che l’appartamento di un suo conoscente era di cattivo gusto. Nel 1702 a Firenze uno studioso tolse la vita a un cugino che lo aveva accusato di non capire Dante.

In Francia durante il regno di Filippo d’Orléans due ufficiali si batterono sul Quay des Tuilleries per il possesso di un gatto d’Angora”.

Oggi l’onore è un sentimento meno esclusivo e più diluito. Con l’avvento di internet e dei socialnetwork l’insulto ha subito una mutazione “democratica”, diventando una specie di romanzo collettivo e che ognuno può arricchire dal basso, con la propria esperienza o il proprio fardello di rancori e frustrazioni. Il web ha infatti abolito le barriere culturali, ha esteso oltre ogni limite il palcoscenico dell’offesa, offrendo a tutti l’opportunità di ringhiare contro il prossimo dalla comoda postazione del proprio soggiorno.

Le falangi armate dell’insulto hanno così a disposizione un campo di battaglia potenzialmente illimitato. Un rapido sguardo alla ragnatela digitale ci restituisce l’ampiezza (e la virulenza) del fenomeno: ogni giorno milioni e milioni di individui colpiscono con rabbia e frustrazione le tastiere di smartphone, pc, tablet, nel tentativo di offendere, controbattere, denigrare, duellare con i propri avversari virtuali.

Un fight club planetario di contumelie sovrapposte in cui i seguaci di qualsiasi tema o argomento si scontrano all’ultimo sangue in un’incontrollabile reazione a catena. Ormai anche sui siti di ricette culinarie, sui forum di meteorologia e nei newsgroup di botanica le discussioni finiscono in duelli rusticani.

L’anonimato però spiega solo parzialmente il fenomeno, considerato che la gran parte dei proprietari di account Facebook e Twitter ha un nome e un cognome reali.

La pulsione per l’oltraggio sembra dunque più forte del senso di vergogna che dovrebbe suscitare, al contrario si intravede un certo godimento nelle prolisse sequenze di improperi che circolano in rete, come se offendere qualcuno fosse un modo per rafforzare la propria vacillante identità.

Un’anteprima del fenomeno l’abbiamo osservata nell’estate del 1986, quando i centralini di Radio radicale mandarono in onda per settimane migliaia di telefonate senza alcun filtro. Al netto della teatralità italica, ne uscì fuori la fotografia di un paese livido e dilaniato dalle sue eterne fazioni: nord contro sud, destra contro sinistra, juventini contro interisti, maschi contro femmine, laici contro religiosi, in un climax di offese e minacce il più delle volte irriferibili.

Ogni insulto discende da un serie limitata di categorie, figlie di altrettanti pregiudizi: xenofobia, razzismo, omofobia, sessuofobia, misoginia, disprezzo del debole. Dal classico “vaffa” (in Italia è stato persino un manifesto politico) che augura al proprio avversario vaghi dispiaceri anali, alla similitudine fra l’individuo e i genitali maschili. In altri casi si tratta di assegnare il disvalore allo stato puro, la persona offesa è associata all’escremento; lo “stronzo” come allegoria della più spregevole nullità terrestre: c’est nul, dicono i francesi fin da bambini per denigrare qualcuno o qualcosa, nullo ovvero senza alcun valore.

Degradare il nemico, spogliarlo della sua umanità, ridurlo al mero stato animale, come in un bestiario medievale esso diventa un cane, un porco, una capra, un avvoltoio, o un insetto. Immancabile poi la similitudine con la morte e il morente: il bersaglio di turno è così uno zombie, una salma, una mummia, un cadavere, una carogna.

Per dirla con la psicologa Melanie Klein, l’insulto è uno strumento che mira all’esclusione di qualcuno dal proprio “gruppo di buoni e sani” uno strumento verbale che mette in mostra il “cattivo oggetto”: tu sei l’anormale, il malato estraneo al gruppo e devi farti curare. Chi non ha mai fatto ricorso a questa tipologia di offesa scagli la prima pietra: “Quello/a la è uno psicopatico”, “chiamate la neuro”, “stai fuori di testa”, sono iperboli che condiscono il linguaggio quotidiano e tendono a marcare la propria superiorità nei confronti dell’altro.

In cattiva come in buona fede. Bisogna in effetti distinguere l’insulto dal rimprovero, il quale possiede una venatura moralistica e sottolinea la slealtà della controparte, in teoria meritevole dei terribili epiteti che gli vengono scagliati addosso.

Ma anche in questo caso si resta nella sfera della fobia dell’altro, il “bastardo” è qualcuno che si comporta in modo scorretto, che suscita sincera indignazione, ma come ignorare la pesante allusione alla razza che contiene l’epiteto? Il “figlio di” allude invece alla lussuria materna, l’impurità che genera l’amoralità della prole.

Il circolo vizioso dell’invettiva ci riporta quindi al vieto canovaccio di partenza, quello del pregiudizio.

In fondo la più grande delusione per chi si appassiona a questa logomachia telematica sta nella totale mancanza di originalità delle espressioni e dei vocaboli impiegati dai contendenti. Essi sono prigionieri di uno schema asfittico e gregario che li porta a scandire all’infinito sempre le stesse, logore, parole. Come avrebbe detto Lacan: più che parlare sembrano parlati dal loro linguaggio.

Alla fine della giostra rimane un’unica certezza: l’educazione è un arte molto più trasgressiva dell’insulto.

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