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La condanna di Sanaa Seif per aver denunciato i depistaggi sui detenuti morti di Covid

Sanaa Seif, è stata condannata da un tribunale del Cairo a 18 mesi di reclusione per aver diffuso "notizie e voci false” sulla diffusione del coronavirus nelle carceri.
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A dieci anni dalla rivolta che defenestrò il rais Moubarak, portò al potere i Fratelli Musulmani, a loro volta privati del governo dal golpe del generale al. Sisi, l’Egitto è piombato in una spirale repressiva sempre più stretta. L’’ omicidio Regeni o l’incarcerazione senza fine di Patrick Zaki sono quelle che riguardano più da vicino l’Italia ma non passa giorno senza che attivisti per i diritti umani, avvocati, blogger giornalisti o semplici cittadini non incappino nella stretta sorveglianza del regime. Che nega costantemente qualsiasi critica affermando che le detenzioni sono in linea con la legge e che i tribunali operano in modo indipendente. Questa volta però nelle mani del sistema giudiziario egiziano è finita una figura molto rappresentativa.

La nota attivista per i diritti umani, la 27enne Sanaa Seif, è stata condannata da un tribunale del Cairo a 18 mesi di reclusione. Il reato contestato dai pubblici ministeri è quello di “trasmettere notizie e voci false” sulla diffusione del coronavirus nelle carceri. La donna ha negato qualsiasi accusa mentre il suo avvocato, Hesham Ramada, spiega che la condanna è stata aggravata per un supposto insulto ad un agente di polizia. La vicenda giudiziaria al momento si è chiusa in attesa che venga presentato ricorso contro la sentenza presso un tribunale di grado superiore.

Sanaa Seif è stata arrestata nel giugno scorso in circostanze che lasciano intendere come il processo sia viziato da un intento politico a partire dal fatto che non le è stato consentito di presenziare in aula. È finita in manette mentre si trovava, con altri membri della famiglia, davanti l’ufficio di un Procuratore per presentare una denuncia a seguito di un attacco contro di loro avvenuto, il giorno precedente, fuori dal complesso carcerario di Tora del Cairo Nel tumulto un agente avrebbe spinto la madre di Saana provocando la sua reazione. Il motivo per cui il gruppo si trovava presso il penitenziario .

Aspettavano di ricevere una lettera dal fratello di Sanaa Seif, Alaa Abdel- Fattah, anche lui attivista finito in carcere. Abdel è un blogger molto seguito in Egitto, nel settembre 2019 è finito in cella per una manifestazione antigovernativa, arresto arrivato in seguito al rilascio nel marzo dello stesso anno dopo cinque anni di carcere per aver contestato i processi dei civili eseguiti da tribunali militari. Per Amna Guellali, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africana, la condanna di Saana rappresenta «un altro duro colpo per il diritto alla libertà di espressione in Egitto. Le autorità hanno dimostrato la loro inesorabile intenzione di punire qualsiasi critica al loro triste passato in materia di diritti umani». Amnesty ha anche ha denunciato come il processo sia stato basato su false accuse. L’ong Human Rights Watch ha documentato vari focolai sospetti nelle carceri e e nelle stazioni di polizia tra lo scorso marzo e luglio, periodo durante il quale si ritiene che almeno 14 prigionieri siano morti per complicazioni dovute al Covid- 19.

La vicenda di Saana Saif è intrecciata a quella familiare, non solo per la persecuzione ai danni del fratello, ma soprattutto per la storia del padre, l’avvocato Ahmed Seif El- Islam, morto nel 2014 in seguito a un intervento chirurgico al cuore. Il legale rimane tuttora una delle figure più conosciute tra i difensori dei diritti umani. Anche lui ha conosciuto le carceri e le torture. Fu arrestato quattro volte, sia durante l’era Sadat che sotto Mubarak. Tra gli anni ’ 70 e ’ 80 come leader del movimento studentesco e per la sua militanza nelle organizzazioni della sinistra egiziana è stato sequestrato, picchiato e seviziato con l’elettricità, fino a quando non gli è stata procurata la rottura di un braccio e di una gamba.

Nel 1989 mentre era ancora in carcere si laureò in Giurisprudenza ( seconda laurea dopo quella di Scienze politiche ), divenuto avvocato difensore partecipò ad alcuni dei maggiori processi contro esponenti politici dell’opposizione come i Socialisti rivoluzionari e il Partito di Liberazione islamica nel 2003 e 2004. Un’attività intensa e appassionata per far rispettare i diritti umani, segnata proprio dalla sua esperienza personale di perseguitato e culminata nel 2011 con l’ennesimo arresto avvenuto quando le forze di sicurezza presero d’assalto il Centro legale Hisham Mubarak in quella che è ricordata come la “Battaglia del cammello”. In occasione della sua morte, all’età di 63 anni, proprio i suoi figli, Abdel Fattah e Sanaa Seif, non poterono visitarlo in ospedale perché erano stati già incarcerati.

 

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