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Diciannove anni senza Raffaele Ciriello, il fotoreporter che raccontò le guerre del mondo

Nel 2010 il tribunale civile di Milano lo ha definito “vittima del terrorismo internazionale”, novità assoluta in materia di attività giornalistica dei freelance
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Diciannove anni senza Raffaele Ciriello. A Ramallah il 13 marzo 2002 è una data che non si dimentica. Nella città palestinese quel giorno i giornalisti delle maggiori testate internazionali seguono la seconda Intifada. Palestinesi e soldati israeliani si fronteggiano già da qualche settimana. Situazioni che per chi è abituato a stare sulla notizia non possono essere trascurate. Lo sapeva bene Ascanio Raffaele Ciriello, fotoreporter con decenni di esperienza avendo coperto le maggiori crisi in giro per il mondo. “Lello”, come affettuosamente era chiamato da amici e colleghi, si trovava a Ramallah con un accredito del Corriere della Sera.

Alle 10.30, le 9.30 italiane, Ciriello è in piazza Dawar Al Manar con il giornalista della Rai Amedeo Ricucci e l’operatore Norberto Sanna. Nessuna paura, nessun tentennamento per offrire a tutti i fruitori dell’informazione notizie il più obiettive possibili.

Ramallah, dopo alcuni minuti di silenzio surreale si accende improvvisamente. I miliziani palestinesi, situati in una via secondaria che conduce a piazza Dawar Al Manar esplodono colpi di kalashnikov contro un tank israeliano. Ciriello ha con sé una macchina fotografica per istantanee ed una telecamera palmare: riprende tutto. È questione di istanti. Il fotoreporter si affaccia sulla piazza, ma viene inquadrato da un soldato israeliano sulla torretta di carro armato giunto sul posto. La mitragliatrice fa fuoco. Ciriello si accascia sul selciato. Le immagini della piccola telecamera, che nel frattempo riprende tutto, si fanno confuse. Con il suo strumento di lavoro, “Lello” dà anche la sua ultima testimonianza giornalistica. Due giovani palestinesi trascinano con forza il fotografo per metterlo al riparo dalle sventagliate di mitra del carro armato israeliano e lo trasportano in auto in ospedale. Non c’è nulla da fare, purtroppo. I proiettili gli devastano l’addome, lo stomaco ed i reni. Raffaele muore alle 12.30 all’età di 42 anni.

Testimoniare con la macchina fotografica le guerre dimenticate è stata la missione di Raffaele Ciriello. Somalia, Sierra Leone, Ruanda, Afghanistan, Kosovo, Territori palestinesi sono state alcune delle “zone calde” visitate e fatte conoscere dapprincipio sul sito Postcards from the hell (www.raffaeleciriello.com). Indimenticabili gli scatti che lo ritraggono con Maria Grazia Cutuli, durante un viaggio in aereo, in un momento di spensierata tranquillità. Raffaele Ciriello nacque a Venosa, in provincia di Potenza, e si trasferì da bambino con la famiglia a Milano. Il capoluogo lombardo lo adottò e lo rese uno dei fotoreporter più apprezzati al mondo. I primi passi nel fotogiornalismo Ciriello li fece seguendo la Parigi-Dakar negli anni Novanta del secolo scorso. Tutti ricordano ancora la profonda umanità di Raffaele che era un medico chirurgo e non abbandonò mai la sua professione. Spesso, come ricordano i giornalisti che lavorarono con lui, si dedicava a curare persone ferite nei luoghi martoriati dalle guerre dimenticate.

Dopo la morte a Ramallah, i familiari di Ciriello e alcuni parlamentari chiesero una commissione d’inchiesta per avere da Israele chiarimenti su quanto accaduto diciannove anni fa. La procura di Milano aprì un fascicolo, ma il governo israeliano si rifiutò sempre di collaborare. Nel 2010 il tribunale civile di Milano (decima sezione) ha definito Ciriello “vittima del terrorismo internazionale”, riconoscendo i benefici di legge in favore della moglie, Paola Navilli, e della figlia Carolina (aveva diciotto mesi alla morte del padre). Una novità assoluta in materia di attività giornalistica dei free lance.

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