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Quel Patriot act in salsa spagnola che ha sbattuto il rapper in cella

Pablo Hasel condannato per presunta esaltazione del terrorismo
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Da una settimana la Spagna è scossa da massicce proteste scoppiate all’indomani dell’incarcerazione del rapper Pablo Hasel, condannato per presunta esaltazione del terrorismo e invettive nei suoi testi contro la monarchia dei Borboni, in particolare Juan Carlos.

Il caso di Hasel sta sollevando forti dubbi sull’effettiva garanzia della libertà di espressione e mette a nudo una profonda divisione nella società spagnola riguardo i valori democratici. Le manifestazioni hanno costretto il governo guidato dal socialista Pedro Sanchez a doversi confrontare con alcune leggi ancora in vigore e soprattutto il ruolo della magistratura considerato sempre più reazionario.

Lo stesso primo ministro, la scorsa settimana, ha riconosciuto che la democrazia spagnola «ha del lavoro da fare quando si tratta di ampliare e migliorare la tutela della libertà di espressione» anche se ha poi aggiunto che «in una democrazia piena, non c’è posto per la violenza, e non ci sono eccezioni». Le leggi “liberticide” alle quali ha fatto riferimento, pur senza nominarle, sono quelle che considerano in un senso lato il reato di “esaltazione del terrorismo”. La giustificazione portata avanti dal mondo della magistratura è che i testi di Hasel potrebbero tradursi in violenza sul campo. Una tesi sostenuta dal fronte politico conservatore, all’opposizione nel Parlamento.

Punire le persone non per i loro atti ma per il proprio pensiero costituisce un pericoloso arretramento democratico. Secondo Srirak Plipat, direttore dell’organizzazione internazionale di difesa delle arti, Freemuse, la «libertà di parola in Spagna ha subito forti attacchi a partire ultimi 10 anni». Un periodo che coincide con la fortissima crisi economica che ha attraversato tutta l’Europa meridionale e che in Spagna ha visto il riemergere delle mai sopite spinte indipendentiste in Catalogna insieme agli scandali che hanno coinvolto la Casa Reale, a partire dalle tangenti che Juan Carlos avrebbe ricevuto dall’Arabia Saudita.

Una situazione che ha provocato non solo la nascita del movimento dei cosiddetti “Indignados”, poi concretizzatosi nel partito Podemos il cui leader Pablo Iglesias è oggi uno dei vicepremier, ma soprattutto uno stato di mobilitazione politica permanente di diversi settori della società. Proprio per fermare questa ondata di rabbia sarebbero state emanate leggi restrittive sulla libertà di parola legandole ai reati di sostegno al terrorismo. Per Daniel Canales, ricercatore per l’ufficio di Madrid di Amnesty International, i legislatori conservatori hanno cominciato a irrigidire le sentenze a partire dal 2015. E’ questa una data spartiacque perché è il momento in cui è stata emanata quella che è stata ribattezzata “ley mordaza”. Si tratta più precisamente della legge 4/2015 del 30 marzo (poi entrata in vigore il 1 luglio dello stesso anno) sulla protezione della sicurezza cittadina e che ha sostituito la precedente legislazione risalente al 1992. Il provvedimento securitario fu introdotto dall’allora governo di centrodestra presieduto da Mariano Rajoy e fin da subito fu oggetto dei tentativi per abrogarla o almeno riformarla nei suoi aspetti ritenuti incostituzionali e lesivi dei diritti fondamentali dei cittadini.

Il provvedimento si articola in 44 punti che prevedono infrazioni classificate come lievi, gravi e molto gravi. Ai trasgressori vengono comminate ammende che partono dai 100 euro fino ad un tetto massimo di 600mila. Il punto fondamentale è che la legge esautora praticamente la funzione dei giudici affidando la maggior parte della gestione giudiziaria agli organi di polizia. Nello specifico sono considerate gravi “perturbazioni alla sicurezza”: manifestazioni davanti ai palazzi del potere politico (Congresso, Senato, Camera delle autonomie) anche se non vi sono in corso sedute. Si rischia una pesante multa solo per essere presenti. Solo la polizia, e non più i giudici, può autorizzare eventuali riunioni di piazza. Nella sua interpretazione più stringente è vietato promuovere mobilitazioni attraverso i social prima della concessione del permesso da parte delle autorità. Particolarmente importante è il divieto di manifestazione davanti strutture, come ad esempio una centrale nucleare considerata una struttura sensibile. Sull’esempio della contestatissima legge francese per la sicurezza è poi vietata la ripresa e pubblicazioni di foto o video che catturino immagini di abusi da parte della polizia la quale ha ricevuto un’ampia discrezionalità d’intervento per i suoi agenti. Tutto ciò è mischiato a pene più severe per i reati di corruzione e terrorismo ma comprende anche una modificazione del codice penale che ha introdotto, sebbene mascherata, la condanna all’ergastolo.

L’applicazione integrale della legge è stata comunque in parte violata come dimostrano proprio le manifestazioni spontanee per l’arresto di Hasel ma la normativa che doveva durare 5 anni è ancora in vigore. Nonostante le rassicurazione dell’esecutivo l’Alta corte non si è ancora pronunciata, tra le ragioni lo scontro in atto tra i magistrati del settore progressista e quelli conservatori sui punti più controversi. La pandemia di Covid 19 ha poi ulteriormente bloccato il cambiamento, lo stato di emergenza, emanato la primavera dello scorso anno, non solo ha rinviato l’abrogazione, ma ha rivitalizzato la norma divenuta una chiave essenziale utilizzata dal ministero dell’Interno per punire i trasgressori. I dati infatti dimostrano che tra il 14 marzo e il 1 giugno, le multe e sono state 1.089.197, un aumento del 42% rispetto alle 765.416 registrate tra il 2015 e il 2018.

 

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