Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Radiazione per l’avvocato del “sistema Bibbiano”

Secondo l’ex legale, la decisione sarebbe un tentativo di fermare la sua battaglia. Ma l’esposto risale a una denuncia del 2006 per tentata estorsione
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Ancora ombre sul caso “Angeli e Demoni”. Questa volta a riportare i riflettori su quello che ormai è passato alla storia come il “caso Bibbiano” è la radiazione dell’avvocato modenese Francesco Miraglia, il grande accusatore del sistema affidi, al termine di una lunga diatriba che lo ha visto finire davanti a tribunali e consigli di disciplina e che si è conclusa con la massima sanzione, inflitta l’ 8 febbraio scorso dal Consiglio nazionale forense. L’esposto a suo carico risale al 2006, anno in cui viene denunciato da una sindacalista per tentata estorsione. Una tesi che viene confermata dal tribunale di Modena, che in primo grado, nel 2013, lo ha condannato a tre anni di carcere più il risarcimento del danno, con una provvisionale di 20mila euro, per aver tentato di «costringere» la donna «a versargli la somma di euro 200mila», attraverso «la minaccia di avvalersi di fotografie che la ritraevano nuda». Ma per Miraglia, esperto di diritto del lavoro e della famiglia, si tratta di un complotto (l’ennesimo) per impedirgli di scoperchiare altri casi simili a quelli dell’inchiesta “Angeli e Demoni”, partita anche sulla base dei suoi esposti.

L’avvocato inserisce questa vicenda negli scandali che hanno avvolto il palazzo di Giustizia di Reggio Emilia e culminati con la richiesta di trasferimento del procuratore Marco Mescolini, accusato per le chat con l’ex capo dell’Anm Luca Palamara, nonché per una gestione della procura giudicata insufficiente da alcuni dei suoi sostituti, tra i quali proprio il pm del caso Bibbiano, Valentina Salvi. Le contestazioni al procuratore Mescolini muovono da accuse di un suo modus operandi non imparziale quando si trattava di analizzare casi che coinvolgevano politici del Pd, a scapito così delle inchieste, tra le quali anche quella sugli affidi, che tuttavia ha visto il Pd demonizzato durante tutta la campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia Romagna. Il caso “Angeli e Demoni” è stato infatti frutto di strumentalizzazione soprattutto da parte della destra, che ha anche organizzato diversi dibattiti per schierarsi a difesa della famiglia e contro i servizi sociali. Tesi condivisa da Miraglia, che ha preso parte ad uno di questi, assieme all’ex magistrato minorile Francesco Morcavallo, ovvero quello organizzato alla Camera dei Deputati, all’indomani dell’inchiesta, da Fratelli d’Italia, alla presenza anche di esperti vicini al Ccdu, versione italiana in una delle emanazioni di Scientology.

Secondo l’avvocato, la sua caduta sarebbe dunque stata ordita da «politicanti che dominano da decenni in Emilia, insieme a loro pedine nei consigli forensi e tra i magistrati», attribuendo la sua radiazione ad «un esposto anonimo, rivolto contro di me e contro il sostituto procuratore di Reggio Emilia che conduce l’accusa su Bibbiano». I suoi guai riguardano, però, fatti che con gli affidi non hanno nulla a che vedere. Ovvero la tentata estorsione della quale pure, in un lungo scritto, parla – per la quale il tribunale aveva stabilito la sua colpevolezza sulla scorta delle testimonianze, valorizzate anche in appello, dove, pur avendo dichiarato prescritto il reato, i giudici hanno confermato che «la condotta ascritta all’imputato sia stata da lui commessa», confermando l’obbligo di risarcire la vittima.

Miraglia ha dunque presentato ricorso per Cassazione, ritenuto inammissibile dai giudici della Suprema Corte, che hanno sottolineato il fatto, «incensurabilmente ritenuto certo dai giudici del merito, che le fotografie» in questione furono viste da uno dei testimoni nelle mani dell’imputato, «il quale le usava esplicitamente e dichiaratamente come strumento di pressione sulla donna». Il consiglio disciplinare di Bologna, nel 2014, aveva sospeso in via cautelare Miraglia a seguito della condanna di primo grado, in quanto, seppur non definitiva, era stata ritenuta significativa «della lesione al decoro della professione forense», anche considerato che il reato era stato commesso nella gestione di un incarico professionale, per ragioni di tutela del suo assistito. Sospensione confermata nel 2016 dal Cnf e contro la quale Miraglia ha proposto, ancora una volta, ricorso per Cassazione. Ma anche in questo caso, per i giudici che hanno rigettato il ricorso «la motivazione della decisione non è mancante e non è apparente». L’ultimo capitolo della vicenda nelle scorse settimane, con la conferma, da parte del Cnf, di quanto già deciso dal Consiglio di disciplina di Bologna nei mesi scorsi

 

Ultime News

Articoli Correlati