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Liliana Segre racconta la sua deportazione

Liliana Segre al Binario 21
Liliana Segre è stata deportata da Milano al campo di concentramento nazista di Auschwitz Birkenau il 30 gennaio 1944. «Soltanto i detenuti ci hanno fatto sentire persone»
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«Quei vagoni non sono folkloristici, come qualcuno ha osato dire, vagoni tragici. Nel caso del mio trasporto c’erano 600 persone e quindi erano molti camion che partivano da San Vittore. Perché mi voglio anche occupare che siano vaccinati i detenuti di San Vittore, perché io sono stata lì 40 giorni e so come si sta nelle celle, anche se adesso sono rinnovate e sicuramente diverse da quelle che ho vissuto io con mio papà in quella cella indimenticabile. Ma chi eravamo? Eravamo vitelli che andavano a qualche mattatoio, eravamo merci, eravamo già pezzi, quegli stücke che poi siamo diventati senza saperlo. Nessuno ci ha fermato per strada, sono stati detenuti di San Vittore che ci hanno dato l’ultimo saluto, perché detenuti sanno molto bene chi è colpevole e chi no. Il mio dovere finché ho vita è di ricordare quelle persone, perché quei detenuti ci hanno fatto sentire ancora persone».

La senatrice Liliana Segre racconta la sua deportazione al Binario 21 di Milano, diventato sede del Memoriale della Shoah in piazza Safra 1. Oltre alla senatrice a vita presenti anche Andrea Riccardi (Comunità di Sant’Egidio), Roberto Jarach (presidente della fondazione Memoriale della Shoah), il rabbino capo di Milano Rav Alfonso Arbib, l’arcivescovo Mario Delpini, il sindaco Beppe Sala e Mauro Palma, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

 

 

Liliana Segre è stata deportata da Milano al campo di concentramento nazista di Auschwitz Birkenau il 30 gennaio 1944 e sulla pelle porta ancora il numero matricola 75190. Il 19 gennaio 2019 è stata scelta dal presidente Sergio Mattarella come membro permanente del Senato, «per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale». Ad Auschwitz, a 13 anni, ha incontrato anche gli zingari, che a prima vista sembravano dei privilegiati: mentre lei e le altre ragazze stavano coi capelli rasati a zero, lontano dalle proprie famiglie e coi i vestiti a righe, loro vivevano tutti insieme, coi loro capelli ancora tutti in testa e senza il pigiama tipico dei prigionieri. «Ci dicevamo: che fortunati, questi, ma chi sono? Una mattina però non c’erano più: li avevano gasati tutti durante la notte. Non lo posso dimenticare».

Il 31 gennaio 1944 il treno sul quale si trovava Segre aveva già passato il confine «e la gente, quando ha visto che non era più Italia dai finestrini vide che si era arrivati al confine i pianti, disperazione e il rannicchiarsi mio tra le braccia di mio padre sono indimenticabili, perché il viaggio durava una settimana e quindi la partenza da qui era ancora Milano, era ancora la mia città dove ero nata e cresciuta, dove ero andata a scuola, dove ero stata amata. Non ero più una bambina, ero già la ragazza vecchia che cercava di non sentire e di non vedere. Cominciavo a cercare di sottrarmi alla disperazione e di avere quella forza che devono avere i ragazzi, gli adolescenti, per i quali ci si preoccupa tanto e che in realtà sono fortissimi e possono cambiare il destino loro e quello dei loro genitori, spesso deboli e incapaci di educarli. Noi quando siamo adolescenti siamo fortissimi e possiamo consolare l’altro e mentre l’altro ti dice non avere paura paura ,tu gli rispondi non ho paura, perché sono vicino a te. Ricordiamo tutti quelli che non sono tornati».

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