C’era una volta, ai tempi della cosiddetta e tarda prima Repubblica, diciamo fra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, “l’Avvocato”, con la maiuscola persino a parlarne, accentuando la voce sulla prima vocale. Era naturalmente Gianni Agnelli, compiaciutissimo di una professione attribuitagli coram populo ma mai davvero esercitata. Erano compiaciuti, in fondo, anche gli avvocati patrocinanti in ogni grado della giurisdizione di una colleganza inventata mediaticamente perché procurava vantaggi pure a loro. “L’Avvocato” padrone della Fiat dava solidità anche alla professione forense, oltre alle macchine, ai guadagni e al potere che la sua azienda produceva e diffondeva.

Era diventato, “l’Avvocato”, anche un modello di vita per tanti che neppure lo conoscevano ma ne imitavano l’orologio sopra il polsino della camicia, il foulard preferito alla cravatta, le scarpe a stivaletto pur a lui imposte dai postumi di un incidente giovanile d’auto e, più in generale, quella specie di distacco che ostentava parlando di tutto e di tutti dall’alto in basso. Egli era riuscito a fare breccia persino nella sinistra con la teorizzazione degli interessi della sua Fiat coincidenti con quelli generali del Paese, per cui doveva essere conveniente a tutti assecondarli: oggi con un incentivo, domani con una sovrattassa sulle auto della concorrenza, quando a Torino, per esempio, non erano ancora bene attrezzati per il deasel, e doman l’altro con qualche strada o autostrada preferita ad una scuola o ad un ospedale.

Anche i rapporti di Agnelli con la politica sapevano di basso visto dall’alto. Chiunque andasse a proporgli di fondare un partito contando sulla sua popolarità internazionale, fosse pure un professore universitario titolato come capitò a Giuliano Urbani nel 1993, fra i marosi di Tangentopoli, veniva dirottato cortesemente verso altri: nel caso di Urbani verso Silvio Berlusconi. In compenso egli autorizzava i fratelli a giocare in partiti diversi: la sorella Susanna, per esempio, nel Pri e il fratello Umberto nella Dc. Una solta volta “l’Avvocato” sembrò cedere ad una tentazione ai confini, diciamo così, della politica. Fu quando Giulio Andreotti, desideroso di accreditare il più possibile all’estero la “solidarietà nazionale” col Pci, che ne appoggiava i governi monocolori, pensò di farlo ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Il “divo” dovette rinunciarvi molto a malincuore non per le resistenze del nominando ma per le barricate metaforicamente allestite dai diplomatici di carriera. Ora, nei nostri tempi di emergenze diverse da quelle gestite da Andreotti, con la pandemia al posto del terrorismo, “l’Avvocato”, sempre con la prima vocale maiuscola e pronunciata con una certa enfasi, è un altro: Giuseppe Conte. Ma è un avvocato vero, con tanto di studio e di cause sostenute nei tribunali fra una lezione universitaria e l’altra di diritto.

Conte è un avvocato prestato dai grillini nel 2018 alla politica cominciando dal posto quasi più in alto di tutti, ad eccezione del Quirinale: la Presidenza del Consiglio, a Palazzo Chigi. Dove egli ha fatto rapida esperienza, diventando politicamente addirittura “un figlio ’entrocchia”, come lo ha recentemente definito con simpatia, non con malanimo, un politico navigato come l’ex o post democristiano Clemente Mastella. Che con l’ex collega di partito Bruno Tabacci, il post- comunista Goffredo Bettini ed altri ancora rimasti prudentemente dietro le quinte cercano di aiutarlo nella fatica di Sisifo di arruolare “volenterosi” di varia provenienza con i quali sostituire nella maggioranza di governo i renziani che ne sono usciti. Come ad Agnelli, anche a lui è toccato di dovere cambiare soci, che in politica si chiamano alleati, per superare impreviste difficoltà. Agnelli imbarcò e tenne nella Fiat addirittura i libici al comando di Gheddafi, usandone i soldi, come Conte ha imbarcato nella sua maggioranza prima la Lega di Matteo Salvini e poi il Pd di Nicola Zingaretti e ancora di Matteo Renzi, messosi poi in proprio nella maggioranza con Italia viva.

Diversamente da Agnelli, però, Conte non sembra proprio pregiudizialmente chiuso alle sollecitazioni di allestire un proprio partito contando sulla popolarità guadagnatasi da presidente del Consiglio. Ne sono circolati in questi giorni persino i nomi possibili: da Insieme a Italia ‘ 23, che indica l’anno della conclusione ordinaria della legislatura, anche se ogni tanto i giornali gli attribuiscono, a torto o a ragione, la conversione alle elezioni anticipate, almeno come deterrente contro chi lo vorrebbe detronizzare cavalcando ogni occasione a portata di mano, o di piede: prima la votazione di fiducia al Senato, risicata ma comunque ottenuta, e ora quella, sempre nel periglioso Senato, sulla relazione annuale del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Al quale peraltro Conte deve in qualche modo l’approccio col mondo grillino già nella scorsa legislatura, quando in vista delle elezioni entrò nella lista di un potenziale governo monocolore pentastellato come semplice ministro della Pubblica Amministrazione.