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Giorgio Spangher: «Rispetto del dolore, certo. Ma rispetto anche del diritto»

Lo so che quando si è dentro una vicenda giudiziaria così dolorosa il discorso può diventare molto difficile. Però tutto il sistema si regge anche sulla fiducia nei giudici». Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza, analizza così la sentenza emessa dalla Cassazione sulla strage di Viareggio, mettendo in guardia i media
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«Lo so che quando si è dentro una vicenda giudiziaria così dolorosa il discorso può diventare molto difficile. Però tutto il sistema si regge anche sulla fiducia nei giudici». Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza, analizza così la sentenza emessa dalla Cassazione sulla strage di Viareggio, mettendo in guardia i media: «Qualcuno ha scritto “Nessun colpevole”. Beh, non è andata così». E sulle proteste di chi grida allo scandalo per la sentenza sulla stradge di Reggio Emilia, Spangher spiega: «Naturalmente, il reato che è stato ipotizzato all’inizio può perdersi per strada. E su questo si giocano tutte le campagne mediatiche, perché naturalmente le vittime esternano il loro dolore. Nel processo di Viareggio, però, è successo qualcosa e la Corte si è resa conto di quello che stava succedendo».

«Capisco il dolore, ma il sistema giustizia si regge sulla fiducia»

«Lo so che quando si è dentro una vicenda giudiziaria così dolorosa il discorso può diventare molto difficile. Però tutto il sistema si regge anche sulla fiducia nei giudici». Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto penale alla Sapienza, analizza così la sentenza emessa dalla Cassazione sulla strage di Viareggio, mettendo in guardia i media: «Qualcuno ha scritto “Nessun colpevole”. Beh, non è andata così».

Professore, in molti gridano allo scandalo associandosi alla comprensibile sofferenza dei familiari delle vittime, che ritengono di non aver avuto giustizia. Come si possono conciliare le loro istanze e la meccanica del diritto?

Bisogna partire da un fatto: tutto il processo viene sempre governato dall’imputazione del pm. E governa anche la presenza delle vittime nel processo e, nei casi come questo, dei loro familiari. Naturalmente, il reato che è stato ipotizzato all’inizio può perdersi per strada. E su questo si giocano tutte le campagne mediatiche, perché naturalmente le vittime esternano il loro dolore, le sofferenze, cercando, giustamente, di avere anche dall’opinione pubblica un certo tipo di supporto. Nel processo di Viareggio, però, è successo qualcosa e la Corte si è resa conto di quello che stava succedendo.

Ed è sbagliato affermare che in quel processo le persone sono state assolte.

Cioè?

Di solito i giudici emettono una sentenza e la gente non sa e non capisce perché gli imputati sono stati assolti o prescritti. In questo caso, i giudici hanno emesso un comunicato preciso, con il quale hanno spiegato cos’è accaduto. La prima cosa che dicono è che non è colpa loro se il reato si è prescritto, perché hanno fatto il più velocemente possibile. La Corte si è resa conto delle ricadute negative, in termini di immagine, che la sua sentenza poteva avere. Ma naturalmente ha fatto il suo compito come giudice di legittimità. Nonostante si trattasse di un processo complicato, che ha richiesto molte attività, hanno cercato di arrivare a sentenza il più velocemente possibile, in relazione a quel tempo che l’imputazione originaria, che ha retto anche in appello, aveva prospettato. Però hanno dovuto riconoscere che una circostanza aggravante, che rendeva quel fatto più grave, non c’era. Ma quel comunicato dice anche un’altra cosa: che l’omicidio colposo c’è. Loro sono colpevoli di omicidio, ma è prescritto. Non si può dare la pena, ma si possono dare i risarcimenti.

Questo cosa cambia?

La Cassazione ha certificato che il reato esiste. Perché ogni volta che un imputato viene dichiarato prescritto è colpevole. Inoltre viene riconosciuto il disastro ferroviario colposo. La prescrizione copre la condanna, nel senso che va esente da pena, ma non da responsabilità, tant’è vero che deve rimborsare le parti civili.

Ma ci si può accontentare dei soldi?

È chiaro che una persona che ha visto spezzare la vita dei propri cari non possa accettare una cosa del genere, che questo esito non è soddisfacente, ma non può neanche pretendere di decidere lui quella pena. Allora il problema si sposta sulla prescrizione. Ma il tempo della prescrizione è condizionato dall’imputazione e se l’imputazione è sbagliata il tempo della prescrizione è sbagliato. I giudici non hanno potuto fare di più.

A proposito di prescrizione, il senatore Morra ha rimarcato, sulla base di questa sentenza, l’importanza della riforma voluta dal M5s.

La prescrizione, in questo caso, non permette di arrivare ad una sentenza di condanna, ma bisogna anche ricordare che una persona non può rimanere sotto processo per sempre. Dobbiamo trovare un punto di equilibrio. Serve far iniziare un processo 20 anni dopo il fatto? Un fascicolo può rimanere fermo per anni? C’è un tempo entro cui fare il giudizio d’appello e quello di Cassazione? Questo problema riguarda la sospensione della prescrizione introdotta dalla riforma Bonafede: dopo la condanna in primo grado che succede, si lasciano le persone a languire? La prescrizione era già lunghissima prima di questa riforma. La verità è che servirebbe una riforma del processo affinché sia più celere e una selezione delle notizie di reato. È il sistema giustizia, in sé, che non funziona. Se il pm non avesse contestato quella aggravante non si sarebbe arrivati alla prescrizione, perché i giudici sapevano che bisognava chiudere il processo entro un certo tempo. Mi creda, i giudici non amano farsi prescrivere i processi.

Oltretutto rimangono a languire anche le vittime.

Certo, si allungano i tempi della sofferenza. Perché ho una condanna, ma non definitiva e la Cassazione interverrà quando interverrà. Purtroppo abbiamo un sistema farraginoso, complicato dalle stratificazioni normative, molto tecnico.

E poi c’è un problema di rapporto con l’informazione.

Già nella fase iniziale è il megafono della procura. Ma è ovvio: se un pm dice che un fatto è così, perché un giornalista dovrebbe dire che non è vero? Però poi c’è il processo e il processo deve accertare la verità. Ho letto un articolo il cui titolo era: “Nessun colpevole”. E questo non è vero. I colpevoli e le responsabilità sono stati individuati in questa sentenza. Allora bisogna anche che l’informazione faccia la sua parte.

La scelta della Cassazione di spiegare la sentenza può essere un modo per evitare i processi mediatici?

Sì, perché ci ha dato una spiegazione. Anche questa è una strada: che quando si prendano delle decisioni su vicende così significative si abbia la capacità di spiegarle. Dobbiamo educarci ed educare a capire il senso di ciò che si è deciso. E secondo me questa volta la Corte ha fatto un tentativo. I colpevoli ci sono, non saranno stati puniti nel modo più esemplare possibile, con una pena che non potrà comunque mai sanare una ferita come la morte, però ad un certo punto i processi devono avere un inizio e una fine.

Vale anche per chi resta?

Il giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario i familiari delle vittime protestarono davanti alla Cassazione. Dobbiamo stare attenti: bisogna avere rispetto. Lo so che quando si è dentro una vicenda giudiziaria così dolorosa il discorso può diventare molto difficile. Però tutto il sistema si regge anche sulla fiducia nei giudici. Se ci sono delle disfunzioni bisogna correggerle. Però non è bloccando la prescrizione che lo si fa.

 

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