Leonardo Sciascia è stato tra i pochissimi a credere senza dubbio alcuno nell'innocenza di Enzo Tortora. Il loro rapporto di amicizia aveva radici profonde: era iniziato parlando di letteratura e si concluse discettando di malagiustizia. Ne parliamo con Francesca Scopelliti, storica compagna del conduttore, giornalista e politico radicale e presidente della Fondazione per la giustizia Enzo Tortora. Come nacque l'amicizia tra Enzo Tortora e Leonardo Sciascia? Quando Sciascia pubblicò il libro “Gli zii di Sicilia”, Enzo gli scrisse un biglietto perché aveva trovato il testo davvero brillante. Enzo lo faceva spesso: quando un libro lo colpiva in modo particolare cercava l'indirizzo dell'autore e gli mandava un biglietto di apprezzamento. Sciascia non conosceva Enzo, perché credo non guardasse la Rai e forse faceva bene. Però il messaggio di Enzo gli procurò un'alta considerazione da parte delle sue figlie. E da lì iniziò il loro rapporto. Sciascia è stato uno dei pochi a credere fin da subito nella innocenza di Tortora. Quanto è stato importante questo per Enzo? Ha significato tantissimo. Appena fu arrestato, Enzo subì una violenta e feroce campagna mediatica. Anche giornalisti quotati non persero tempo ad accusarlo sposando pedissequamente e acriticamente la tesi della Procura di Napoli. Quindi quando scrivevano Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Leonardo Sciascia per lui erano boccate di ossigeno. Enzo fu molto riconoscente a Sciascia. Entrambi parlavano un linguaggio molto simile perché, pur avendo una derivazione diversa, erano due uomini di grande cultura: Enzo era un liberale, Sciascia veniva da una esperienza politica di candidatura con la sinistra. E poi invece si ritrovarono insieme nel Partito Radicale. Un giorno Sciascia venne con la moglie a casa nostra a Milano: dopo pranzo lui ed Enzo rimasero ore a parlare; mi dispiace non aver registrato la loro conversazione perché sarebbe stata una bella testimonianza per i giovani di oggi. Oggi chi è rimasto a difendere le garanzie giuridiche nel mondo dell'informazione? Piero Sansonetti perché ha una storia politico-culturale che gli fa cogliere molte sottigliezze delle nostre disfunsioni. E poi voi del Dubbio e non lo dico per piaggeria: conosco il vostro editore e so bene il valore e la competenza specifica che ha una categoria professionale come quella degli avvocati nella direzione di un giornale che vuole tutelare le garanzie di uno Stato di Diritto. Quindi viva il Dubbio. Dall'altra parte invece abbiamo Travaglio. Se nell’87 ci avessero fatto il tampone sul garantismo saremmo risultati positivi. Non a caso in quell’anno il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati fu vinto con oltre l’80% di sì. Oggi quello stesso tampone risulterebbe positivo al virus del giustizialismo, perché mancano gli anticorpi. C'è ormai nell'opinione pubblica una miopia nel vedere oltre quello che dichiara certa stampa sulle inchieste dei magistrati, oltre a quello che dice Travaglio. I cittadini non riescono a crearsi una coscienza critica di civiltà giuridica perché influenzati da giornalisti come Travaglio, che è un j'accuse continuo. A proposito di J'accuse, per molti Marco Pannella fu lo Zola d'Italia che denunciò il caso Tortora. Quanto sono urgenti in questo momento le battaglie radicali per una giustizia giusta? Se noi siamo in questa situazione è perché la politica non ha avuto il coraggio di affrontare una riforma strutturale della giustizia, soprattutto dal punto di vista penale. Non è mancato solo il coraggio, ma proprio la volontà di cambiare le cose: recentemente c'è stato il caso Palamara che ha aperto un vaso di Pandora e bisognava approfittarne di questa occasione per fare un profondo lavoro di autocritica e riformare seriamente la magistratura e il sistema giustizia. Quante volte abbiamo sentito Marco Pannella criticare i sistemi di elezione al Csm? Quante volte i radicali hanno denunciato la questione degli incarichi fuori ruolo dei magistrati? È passato, allora come oggi, tutto sotto silenzio; adesso tutti sono soddisfatti perché Palamara ha pagato da solo, senza riuscire a portare in un processo pubblico i magistrati che facevano parte del suo sistema. La magistratura come sempre si è voluta autotutelare e la politica non si è sdegnata abbastanza. L'unico che fa battaglie garantiste è Matteo Renzi. Forse però Renzi ha un rapporto complicato con il garantismo, visto che voleva come ministro della Giustizia Nicola Gratteri. Quella fu una grossa gaffe di Renzi provocata, io penso, da quella campagna stampa che ancora oggi accompagna la figura di Gratteri come grande magistrato impegnato sul duro fronte della lotta alla ’ndrangheta. Io non vorrei più porte girevoli tra magistrati e politica. Vogliamo parlare anche di Pietro Grasso? Ricordo che le negò la sala del Senato per presentare “Lettere a Francesca” di Tortora. Grasso ha offeso la memoria di Tortora dicendo che l'iniziativa non rientrava nelle finalità del Senato. Fu una giustificazione allucinante. Poi lui lì parlava non come Presidente del Senato ma come magistrato. È un vizio della nostra politica sponsorizzare magistrati per ricoprire importanti ruoli politici forse per tenerseli buoni. Sciascia scrisse: Tortora "parlava con precisione e passione nella grande illusione che il suo sacrificio potesse servire a qualcosa. Con questa illusione è dunque morto. Speriamo che non sia davvero un’illusione". E invece è rimasta tale? L'espressione "Speriamo che non sia una illusione" l'ho voluta incidere sulla colonna che raccoglie le ceneri di Enzo al cimitero monumentale di Milano. Purtroppo dopo 32 anni dalla morte di Enzo ahimè la situazione è addirittura peggiorata. Per presentare il libro 'Lettere a Francesca' ho girato davvero tutta Italia: se si parla di Enzo sono tutti d'accordo nel dire che è stato ucciso dalla malagiustizia. Ma se si parla di altre inchieste questa consapevolezza comincia a svanire: e invece stiamo vivendo un momento in cui grandi inchieste che hanno coinvolto personaggi della politica, come Mannino o Bassolino, hanno bruciato intere carriere politiche. Poi dopo decenni gli imputati risulteranno innocenti. E allora io mi chiedo: ma può la magistratura ribaltare le sorti politiche di un Paese, prima rivoluzionando la vita di un personaggio pubblico e poi non pagando per l'errore di averlo perseguitato ingiustamente per anni?