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«Il potere esecutivo non si intrometta: quei giudici hanno ragione»

Parla l'avvocato Jacopo Barzellotti, difensore dell’uxoricida di Brescia
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Che si tratti di assoluzioni o di condanne poco cambia: il potere esecutivo non deve invadere il campo di quello giudiziario. Parola di Jacopo Barzellotti, difensore dell’uxoricida di Brescia. Che al Dubbio spiega cosa ha portato all’assoluzione del suo cliente, per la quale si è tornato a parlare di un ripristino del delitto d’onore. «Nulla di tutto ciò», assicura.

Avvocato, cos’è successo?

Si è confuso il disturbo delirante di gelosia, che è la patologia psichiatrica che è stata diagnosticata ad Antonio Gozzini dai consulenti tecnici e dagli psichiatri che lo hanno esaminato durante la fase delle indagini preliminari, con uno stato emotivo, passionale, che è la gelosia, che è un sentimento che tutti noi possiamo, in uno stato maggiore o minore, provare. Questa confusione ha generato una indignazione del tutto ingiustificata contro una sentenza che, in realtà, è una sentenza giusta, da applaudire, della cui pronuncia tutti dovremmo essere soddisfatti, perché riafferma un principio basilare e fondamentale irrinunciabile del nostro ordinamento, ovvero che nessuno può essere punito, neanche se si è macchiato del fatto più grave, se quando lo ha commesso non era in possesso delle proprie facoltà mentali. Il processo si è svolto con l’escussione e l’esame del consulente tecnico nominato dalle persone offese durante la fase delle indagini preliminari, che dopo un’iniziale costituzione di parte civile hanno revocato tale istanza, prima della prima udienza dibattimentale. Il loro consulente è stato comunque citato dal pm, perché era l’unico professionista che aveva espresso una qualche perplessità sulla diagnosi effettuata dal consulente tecnico del pm, effettuata come accertamento tecnico irripetibile e quindi con la presenza contestuale degli psichiatri nominati da tutte le parti.

Il consulente del pm, quindi, avallava l’ipotesi del vizio di mente?

Esattamente. L’accertamento è stato disposto circa due mesi dopo il fatto ed era risultato evidente che ci potesse essere una problematica di tipo psichiatrico, quindi ha nominato un consulente, peraltro molto stimato. L’esame è stato diviso in due parti, alle quali hanno partecipato i consulenti di parte. Quello della parte offesa si è però dovuto allontanare proprio nel momento in cui l’indagato ha iniziato a trattare i temi della supposta infedeltà e ha esibito il nucleo delirante che gli è stato poi diagnosticato, ovvero questo possibile comportamento della moglie fondato sul nulla, sul delirio. La moglie era una persona irreprensibile, che gli è sempre stata vicina in modo amorevole. Le sue convinzioni, come ci hanno spiegato gli psichiatri, si sono generate per via della condizione patologica che lo affligge.

Come mai il consulente della parte civile si è allontanato?

Per impegni professionali. E questo risulta dalla relazione del consulente del pm.

Qual è la diagnosi formulata dagli psicologi?

Disturbo delirante di gelosia, un’espressione psichiatrica che sta ad indicare una psicosi che appartiene ai disturbi maggiori – quindi i più gravi – che ha ad oggetto la convinzione, che si genera per via di una rottura dei meccanismi del funzionamento del cervello, che il partner sia infedele, detta anche “Sindrome di Otello”.

Ed è questa definizione che ha causato il cortocircuito mediatico.

Si tratta di una malattia. Ed è cosa ben diversa dall’essere geloso. C’è stata una rescissione col dato di realtà. Si è generata, attraverso collegamenti con comportamenti del tutto banali avvenuti in passato e del tutto insignificanti, la convinzione di un tradimento e questo si è tradotto anche in una incapacità di comprendere il disvalore sociale dell’azione che stava per compiere. Questo il riassunto della consulenza tecnica del pm. Valutazioni con le quali il consulente della difesa si è detto concorde, ritenendo di escludere il rapporto di causalità con le altre patologie da cui è affetto l’imputato, ovvero un disturbo bipolare maniaco- depressivo, diagnosticato oltre 20 anni fa, che ha portato anche a plurimi ricoveri e curato con una terapia farmacologica. Circa un mese prima del fatto c’era anche stato un riacutizzarsi di questo disturbo.

Come mai le parti civili hanno deciso di ritirare la loro costituzione?

Su questo dovrebbe rispondere il loro legale. Comunque c’è stata una transazione, raggiunta nelle more, per quanto riguarda gli aspetti risarcitori, ma non so se questa è la ragione esclusiva.

Il ministro Bonafede ha annunciato di voler acquisire gli atti. Come valuta questa decisione?

È un fatto gravissimo. È da respingere qualsiasi iniziativa che possa rappresentare un intralcio o una pressione all’esercizio libero e autonomo dell’attività giurisdizionale da parte dei magistrati. E trovo anomalo un approfondimento ministeriale su una sentenza per la quale non c’è ancora il deposito della motivazione. Credo che gli strumenti per la verifica della correttezza di questa pronuncia siano da individuare nell’appello che la parte processuale eventualmente insoddisfatta potrà presentare contro la sentenza. Ma la verifica dell’eventuale funzionamento degli uffici giudiziari e del lavoro di dipendenti del ministero non mi pare opportuno. Il sistema giustizia ha funzionato bene e dopo poco più di un anno si è arrivati a sentenza di primo grado, quindi la cosa ha il sapore di un commissariamento sulla decisione. Questo è inaccettabile, perché rischia di pregiudicare una prerogativa fondamentale, cioè l’indipendenza della magistratura, che non deve essere condizionata dal potere esecutivo nell’esercizio della propria funzione.

C’entra col fatto che si tratti di un’assoluzione?

Sarebbe grave anche se si trattasse di una condanna. Le indagini di tipo amministrativo non sono previste per il controllo della correttezza delle decisioni giudiziarie. Il loro uso o la prospettazione del loro uso da parte del ministro è, a mio modo di vedere, un abuso.

 

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