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«Riforme subito o l’Italia pagherà un conto salato»

Il costituzionalista Clementi: «Se Conte non è il primo a scommettere sulle riforme costituzionali l’elemento di trascinamento della maggioranza di governo rischia di essere indebolito»
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Il tavolo delle riforme è ancora fermo e questo, oltre all’indecisione sulla riforma del Mes, sta creando forti tensioni in maggioranza, come spiega il costituzionalista Francesco Clementi.

Professor Clementi, l’Italia vive un periodo difficile eppure la politica non sembra trovare una quadra. Perché?

Nell’attuale fase storica, mi pare non siano avvertiti con tutta la consapevolezza necessaria tre elementi: l’eccezionalità di una crisi economica e pandemica alle quali dal 31 marzo, con la fine del blocco dei licenziamenti, se ne aggiungerà drammaticamente una sociale; l’enorme sfida strategica dei fondi del piano Next Generation Ue; infine l’elezione, tra un anno, del presidente della Repubblica e poi, a numeri ridotti, il rinnovo del Parlamento. I nodi, insomma, non sono pochi.

Eppure, non vengono sciolti, perché?

Perché, la politica deve scegliere se essere vera classe dirigente, accettando le responsabilità e i rischi di ciò, oppure se tentare di sopravvivere, galleggiando: un discorso che vale – con i dovuti distinguo naturalmente – per maggioranza ed opposizione. Non è il tempo di una politica introflessa, che vive pensando quotidianamente alla sua sopravvivenza. È il tempo di una politica che superi gli ideologismi di maniera per aprirsi, pur nelle differenze, ad riconoscimento reciproco, affrontando con consapevolezza la tempesta nella quale siamo immersi.

Un rispetto ed riconoscimento reciproco che sembra mancare anche tra le forze di maggioranza, visto che non si riesce ad andare avanti nemmeno in quei passaggi già avviati. Quali sono le priorità?

Ricostruire l’Italia tramite riforme reali, a partire da quelle che richiedono più costanza e tenacia, ossia quelle costituzionali: questo è il vero banco di prova in questo tempo per questo Parlamento. Per cui, intanto va definitivamente chiuso quanto già concordato: l’elettorato attivo per i diciottenni, che ha il vantaggio di ridurre i rischi di due maggioranze distinte tra Camera e Senato; la riforma dell’art. 57 della Costituzione, con l’introduzione di circoscrizioni pluriregionali per il Senato e, onde evitare alterazioni negli equilibri, la simmetrica riduzione conseguente al referendum del numero dei delegati regionali per l’elezione del capo dello Stato.

C’è poi il tema dei regolamenti parlamentari che devono essere modificati. Cosa manca perché questo avvenga?

La riforma dei regolamenti non si può eludere dopo la riduzione del numero dei parlamentari, sia che si voterà anticipatamente per una crisi di governo sia che si arrivi fino a fine legislatura. Questa serve infatti per far funzionare meglio innanzitutto il Senato e poi per rafforzare le forme congiunte di riunione o superare barocchismi come, ad esempio, il doppio discorso di fiducia tramite una seduta comune.

Lo stallo del Movimento 5 stelle è dettato da fattori politici o crede che i pentastellati, una volta intascato il taglio dei parlamentari, abbiano deciso di tirare i remi in barca?

Non so se il Movimento 5 stelle sia in malafede ma è chiaro che i suoi Stati generali non sono stati conclusivi. Se poi si aggiungono: gli squilibri nel centrodestra rispetto alla collocazione europea e alle scelte conseguenti, i tentennamenti del Pd tra un partito a vocazione maggioritaria e un partito “tenda” senza vera identità di governo, le oscillazioni di Italia Viva e Leu tra essere, come si diceva una volta, “di lotta e di governo”, e si vede, insomma, che tutti si barcamenano, senza prospettive vere. Per questo serve un patto di legislatura che raccolga le sfide che dicevo e che sia, se possibile, il più largo ed europeista che si possa trovare in Parlamento. Che galleggiare per sopravvivere non serve a nessuno: innanzitutto al governo e alla sua maggioranza.

Di tale galleggiamento è imputabile anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte?

Governare vuol dire scegliere. E al presidente del Consiglio spetta l’indirizzo politico generale che si deve tradurre nei fatti in uno scegliere. Se Conte non è il primo a scommettere sulle riforme costituzionali l’elemento di trascinamento della maggioranza di governo rischia di essere indebolito. Che non vuol dire che il governo deve proporre le riforme – si badi bene – ma è evidente che se non è la maggioranza per prima a spingere in avanti con convinzione, il cammino riformatore in Parlamento si blocca.

Tuttavia ci sono temi, come la riforma del Mes, in cui parte della maggioranza la pensa diversamente dall’indirizzo di governo, tanto che il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, ha richiamato all’unità. Che ne pensa?

Penso che abbia ragione il Ministro Amendola: un Paese che non riesce a essere coerente con gli impegni presi in politica interna – perché l’europeo Mes è un tema di politica interna, più che di politica c. d. estera – si dimostra un Paese inaffidabile, esponendo se stesso ad inevitabili azioni conseguenti, innanzitutto da parte dei nostri stessi amici europei.

Di certo nel futuro prossimo si dovrà discutere anche di una nuova legge elettorale. A che punto siamo?

Confusi e infelici. Ma anche qui: se si pensa che costruire coalizioni pre- elettorali sia più complesso di costruire accordi di governo post- elettorali, allora o si è ingenui o si preferisce ipocritamente portare il Paese in una palude nella quale ciascuno è convinto di poter ottenere di più. Bisogna, invece, avere il coraggio di scegliere un sistema elettorale testato e coerente, ad esempio, adottando, un sistema analogo a quello dei comuni, con un doppio turno di coalizione e poi, senza la quella rigidità del simul… simul, trovando qualche incentivo al mantenimento della coalizione vincente. Personalmente, infatti, continuo restare legato all’idea chiave di Ruffilli, cioè che debba essere il cittadino l’arbitro anzitutto della scelta del governo.

Il 4 dicembre di quattro anni fa l’Italia bocciava il referendum costituzionale Renzi- Boschi. Cosa è cambiato da allora?

Nulla. Anzi, il Parlamento, al mio orologio, è in ritardo già di quattro anni – a maggior ragione oggi appunto – per approvare un testo di modifica. Si pensi al Titolo V, i cui problemi nel frattempo si sono aggravati, sebbene in realtà non sarebbe complesso accordarsi per dare rappresentanza alle autonomie in Parlamento e inserire, ad esempio, una clausola di supremazia per proteggere il Paese nella sua dimensione unitaria. Insomma, il tempo della politica è ora.

 

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