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Col Covid il carcere diventa focolaio di infezione per agenti e detenuti

ingiusta detenzione
IL COMMENTO
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In questi tempi di pandemia le carceri stanno vivendo una situazione assolutamente paradossale.

Il distanziamento è la prima essenziale misura per difendere sé stessi dal contagio e per evitare che i positivi asintomatici inconsapevolmente lo diffondano, ma il carcere è per definizione un luogo affollato, ove centinaia di detenuti e di agenti di custodia sono coattivamente rinchiusi e trascorrono chi l’intera giornata, chi le ore del turno di lavoro, gli uni vicini o vicinissimi agli altri. In particolare, le carceri italiane sono affollatissime, al punto che in più occasioni il Consiglio d’Europa ha condannato l’Italia per l’eccessivo superaffollamento, e tuttora i detenuti sono quasi 54.000, numero di gran lunga superiore all’ordinaria capienza degli istituti. Attualmente i positivi al contagio sono 882 e gli agenti di custodia 1042, cioè numeri proporzionalmente molto più alti rispetto alla percentuale della popolazione libera. E’ dunque prioritaria l’esigenza di diminuire sensibilmente il numero dei detenuti, onde evitare che le carceri continuino ad essere, come sono attualmente, un perfetto focolaio patogeno di trasmissione del contagio sia all’interno del carcere stesso che all’esterno, attraverso i detenuti dimessi e gli agenti di custodia.

Alla fine di ottobre 2020 è intervenuto il decreto legge n. 137, contenente alcune misure volte a diminuire la popolazione carceraria per tentare di contenere la diffusione del contagio. Avranno durata superiore sia le licenze premio ai detenuti in semilibertà (cioè quelli che trascorrono la giornata fuori del carcere per motivi di studio o di lavoro), sia i premessi premio per i detenuti che hanno tenuto regolare condotta: per entrambi è ora prevista la durata massima di 45 giorni all’anno. Si stabilisce inoltre che i condannati a pena non superiore a 18 mesi di reclusione, anche se costituente residuo di maggior pena, possono esser ammessi alla detenzione domiciliare, accompagnata da controlli mediante il braccialetto o altri mezzi elettronici. Si tratta in realtà di misure molto timide, che non produrranno sensibili riduzioni della popolazione carceraria. Al fine di ottenere un’effettiva riduzione del sovraffollamento Rita Bernardini, presidente dell’associazione contro la pena di morte “Nessuno tocchi Caino”, e insieme a lei Luigi Manconi, Roberto Saviano, Sandro Veronesi, nonché circa 700 detenuti e centinaia di cittadini si sono impegnati in un’azione non violenta di protesta mediante uno sciopero della fame “a staffetta”. Ne dà ampia notizia Luigi Manconi in un articolo su La Stampa del 28 novembre, e contemporaneamente analoghi articoli di Veronesi e Saviano sono comparsi sul Corriere della Sera e su Repubblica.

Gli obiettivi dello sciopero della fame sono concreti e realistici, ampiamente condivisibili. In primo luogo bloccare per tutta la durata dell’emergenza da Coronavirus l’esecuzione delle sentenze definitive di condanna a pena detentiva, al fine di evitare l’ingresso in carcere di nuovi detenuti, «a meno che il condannato possa mettere in pericolo la vita propria o altrui». La soluzione è stata indicata da un magistrato illuminato quale è il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. Si propone inoltre l’aumento da 45 a 75 giorni della liberazione anticipata prima della scadenza della pena, sempreché il condannato abbia tenuto buona condotta e abbia avviato un percorso di reinserimento sociale, nonché l’aumento sino a 24 mesi del periodo di pena detentiva in carcere che può essere permutata in detenzione domiciliare.

A fronte di queste iniziative e proposte volte a diminuire il sovraffollamento carcerario il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, intervistato da La Stampa del 29 novembre, non ha preso alcuna posizione, limitandosi a ringraziare genericamente l’amministrazione penitenziaria che sta facendo tutto il possibile e gli agenti della polizia penitenziaria per la loro abnegazione e professionalità. Ha preso molto più a cuore la drammatica situazione delle nostre carceri l’associazione “Medici senza frontiere”, ben consapevole che la pandemia le sta trasformando in un mortifero e incontrollabile serbatoio di contagio. Esperti dell’Associazione Msf hanno elaborato un articolato progetto per contenere la propagazione del virus e proteggere i detenuti e tutte le categorie di operatori impegnati in carcere. Msf ha così organizzato in quattro istituti penitenziari della Lombardia dei veri e propri corsi di formazione rivolti ai rappresentanti dei detenuti, che poi divulgano i contenuti agli altri, e agli agenti di custodia, ai quali è riservata particolare attenzione perché «entrano ed escono continuamente dal carcere e quindi possono essere un facile veicolo di contagio». Oggetto delle lezioni sono, ad esempio, il corretto uso delle mascherine e dei gel disinfettanti, le modalità per sanificare i locali con alcol e cloro, le regole igieniche per la somministrazione dei pasti, la pulizia delle lenzuola in lavanderia, e via dicendo.

Allarga il cuore sapere che vi sono anche dei volontari che si stanno concretamente e efficacemente impegnando per rendere meno drammatica la situazione delle carceri, con modalità che, tra l’altro, si propongono di coinvolgere e di responsabilizzare direttamente le due categorie più esposte. Detenuti e agenti di custodia divengono così, grazie a Msf, diretti protagonisti delle misure volte a contenere e contrastare il contagio. A uno dei corsi organizzati da Msf potrebbe partecipare Alfonso Bonafede, posto che tutto ciò che accade negli istituti penitenziari non riguarda un lontano pianeta, ma rientra nelle italianissime competenze del ministro della giustizia della Repubblica italiana. Il ministro dovrebbe comunque esserne informato, posto che il progetto di Msf comprende la distribuzione di un opuscolo di una settantina di pagine, che riguarda anche gli interventi in alcuni istituti penitenziari del Piemonte e della Liguria e che certamente sarà stato inviato anche al titolare del dicastero della giustizia.

 

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