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Da populista a “nuovo De Gasperi”. Ora Di Maio pensa alla ricostruzione

Il titolare della Farnesina, in versione De Gasperi, prova a indicare al Paese una strada su cui correre nei prossimi anni, chiudendo una volta per tutte il libro del “Vaffa”
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Di Maio il grillino pronto a chiedere l’impeachment per Mattarella, Di Maio il sovranista alle prese con taxi del mare e gilet gialli, Di Maio lo statista che pensa al Paese di domani. Sono solo alcuni dei volti che il ministro degli Esteri ha mostrato agli italiani negli ultimi due anni. Gli anni del Movimento 5 Stelle primo partito d’Italia, non più allergico a ogni alleanza con «la vecchia politica», capace di rimanere al governo seppur con partner diversi, opposti: dalla Lega a Leu senza passare dal via.

In questo lasso di tempo Di Maio ha scoperto il piacere della complessità, il cinismo della ralpolitik, il sapore del compromesso. L’intransigenza della prima legislatura è uno sbiadito ricordo una patina movimentista da sventolare in faccia a Di Battista all’occorrenza – che ha lasciato il posto al pragmatismo della sopravvivenza. E così, finita l’infatuazione leghista, il ministro degli Esteri cambia registro: sposta il Movimento nel campo progressista, ma non disdegna il sostegno del nemico di una vita, Silvia Berlusconi, in nome dell’unità nazionale. Perché la “rocostruzione post pandemica” passa attraverso il contributo di tutti. E così Di Maio il “costituente” prende carta e penna e scrive una lunga lettera al Foglio per offrire al Paese una via d’uscita.

«Un piano di rilancio e sviluppo» incardinato in dieci punti: dal debito pubblico sostenibile (attraverso l’acquisto di «titoli dai dieci anni in su») alla ripresa dei consumi; dal welfare al calo demografico; dalla scuola alla produttività, dalla giustizia (da potenziare e rendere «più efficace») alla sicurezza, dalla sanità alla pubblica amministrazione. «È questa la terza via, che il Mef e il ministro Gualtieri hanno il merito di aver già tracciato», scrive il “nuovo” Di Maio, convinto della necessità di «superare gli steccati ideologici» e «disarmare il conflitto politico, pur restando ognuno al suo posto (maggioranza e opposizione)». Solo così, prosegue il leader pentastellato nelle sue “Tesi di novembre” «riusciremo a ricostruire l’Italia e a innescare quel cambiamento culturale che da tempo continuiamo a prometterci». Basta con i progetti poco ambiziosi, di respiro corto, che mirano a uscire dalla crisi attraverso piccole riforme settoriali. «Servirà, invece, riprogettare completamente il nostro sistema con l’ambizione di porlo sulla frontiera più avanzata dell’efficienza e dell’innovazione tecnologica e organizzativa ispirata a criteri di sostenibilità ambientale e sociale», dice Di Maio. «Costruire un futuro così orientato significa porne oggi le fondamenta, innalzarne i pilastri, di cui le traccio un profilo in 10 priorità che punti a riportare fiducia nei cittadini».

Insomma, il titolare della Farnesina, in versione De Gasperi, prova a indicare al Paese una strada su cui correre nei prossimi anni, chiudendo una volta per tutte il libro del “Vaffa”. Una svolta che non convince proprio tutti, a partire da alcuni esponenti di Forza Italia che, come Giorgio Mulè, commentano: Di Maio «fa una certa tenerezza. Si vede che nel tentativo di dimenticare i disastri del Movimento 5 stelle, il ministro si arrampica un pò sugli specchi», dice il deputato azzurro. Che poi ironizza sulla “folgorazione” dell’ex capo politico: «L’aspirante statista coglie fior da fiore alcuni elementi del liberismo. Ma basta rileggere i suoi ultimi tweet senza andare troppo indietro», dice Mulè, riferendosi ai trascorsi sovranisti del ministro, «per sapere da dove viene e dove non può andare».

Eppure il leader grillino ha dimostrato in questi mesi sapere bene quale direzione imboccare, senza arrossire nemmeno davanti alle giravolte più eclatanti. E lil timone del Movimento, adesso, è puntato a sinistra. Non per convinzione, forse, per necessità senz’altro. Perché l’epoca del “né, né”, intesa come negazione bipartisan, è finita, i pentastellati hanno bisogno di farsi riconoscere, di militare in un campo definito e completare l’abiura a un passato ambiguo fra Salvini e Farage. Ed è proprio a Strasburgo, dove nella scorsa legislatura i grillini sedevano tra gli stessi banchi dell’inventore della Brexit, che la mutazione definitiva potrebbe compiersi. Ancora orfano di un gruppo parlamentare europeo, dopo le porte in faccia sbattute da Verdi e Gue, bussano ai Socialisti e democratici, la casa politica del Pd e di tutti i partiti socialdemocratici del Vecchio continente. Per farsi aprire quella porta Di Maio è disposto a tutto, anche a incontrare Massimo D’Alema e chiederne l’intercessione coi compagni di mezza Europa. Se l’operazione riuscisse, l’ultimo tassello della mutazione politica verrebbe incastonato. Con buona pace di Dibba e Casaleggio.

 

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