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«Il Codice Rosso funziona, le donne sono meno sole»

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha presentato ieri il Rapporto su efficacia e impatto della legge a un anno dalla sua entrata in vigore
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Si parte da un numero: 40.726. È questo il totale di procedimenti iscritti per maltrattamenti contro familiari e conviventi, catalogabili come violenza di genere, tra il primo gennaio e il 31 maggio 2020. Circa l’ 11 per cento in più rispetto all’anno precedente, con i 36.539 procedimenti registrati nello stesso periodo del 2019. Si tratta di un dato che traduce in cifre la difficoltà, riscontrata durante la fase più acuta dell’emergenza pandemica, di sottrarsi a dinamiche domestiche violente e a convivenze forzate.

Ma ecco il punto. A un anno di distanza dall’entrata in vigore del “Codice Rosso” – la legge n. 68/ 2019 recante «Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere» – il ministero della Giustizia analizza in un Rapporto l’efficacia della legge e trae su tutte una conclusione: senza l’introduzione di quattro nuove fattispecie di reato nel codice penale, le «gravi condotte tipizzate non avrebbero avuto risposta adeguata». Ovvero, se non puoi catalogare un comportamento violento diffuso, non puoi neanche punirlo. Come il maltrattamento contro familiari e conviventi: il reato è stato inserito nell’elenco di quelli che consentono nei confronti dell’indagato l’applicazione di misure di prevenzione, come il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. La cui violazione prevede una pena da 6 mesi a 3 anni.

Ed ecco le altre tre nuove fattispecie: costrizione o induzione al matrimonio; deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso; diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, il cosiddetto revenge porn, noto anche alle cronache di questi giorni.Con l’intervento normativo, inoltre, sono state inasprite le pene per alcuni reati «particolarmente odiosi», come lo stalking e la violenza sessuale. Nel periodo compreso tra il primo agosto 2019 e il 31 luglio 2020, secondo le risultanze statistiche di cui dà conto Via Arenula nel Rapporto, per i quattro nuovi reati introdotti nell’ordinamento sono state aperte in tutto 3.932 indagini, e in 686 casi è stata già formulata richiesta di rinvio a giudizio. I processi già conclusi sono 90, con 80 condanne inflitte, mentre altri 120 processi sono tuttora in fase dibattimentale. «Il dato corposo delle denunce e quello dei procedimenti già approdati alla condanna di primo grado – si legge nel Rapporto – consentono di rilevare l’utilità concreta dell’approccio procedimentale, basato sulla corsia preferenziale dell’ascolto». Il Codice Rosso, infatti, prevede una corsia preferenziale riservata alle denunce per violenza di genere: di qui la denominazione analoga ai casi più urgenti nei Pronto Soccorso. Entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, il pubblico ministero deve sentire la persona offesa che ha presentato denuncia, in modo da intervenire tempestivamente e tutelare le vittime. Ma l’accelerazione delle indagini produce anche un altro effetto, tutt’altro che secondario: la norma vuole impedire la cosiddetta “vittimizzazione secondaria”, cioè la reiterazione di un’esperienza dolorosa attraverso il racconto dei fatti subiti.

«La legge sul Codice rosso è una legge di civiltà, indispensabile per assicurare una tutela immediata alle vittime di violenza domestica e di genere», ha sottolineato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in apertura del suo intervento per presentare i risultati del primo anno di applicazione della legge. Per Mario Perantoni, deputato M5S e presidente della commissione Giustizia della Camera, «i dati diffusi dal ministro Bonafede confermano che l’idea dei corridoi di precedenza alle richieste di aiuto è assolutamente adeguata. Tuttavia questo non deve farci dimenticare che il fenomeno è molto radicato e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Occorre una dura battaglia su tanti fronti per sradicarlo dalla nostra società». Sulla necessità di proseguire in questo solco si è espressa anche la senatrice Pd Valeria Valente, presidente della Commissione d’inchiesta sul femminicidio. Nel contrasto alla violenza sulle donne «l’Italia ha fatto passi da gigante, presentando oggi un quadro normativo solido e robusto», ha detto Valente. Ma «le donne continuano a morire molto spesso per mano dei loro aguzzini», ha precisato. «Qualsiasi norma – ha aggiunto – anche la migliore possibile, da sola non sarà sufficiente se non aggrediamo due grandi problemi: da un lato la formazione degli operatori in particolare del mondo della giustizia, dall’altro il tema culturale. Per questo ci vuole un impegno sostanziale di tutte le agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola». Serve, insomma, una «strategia nazionale per il contrasto alla violenza contro le donne», per dirla con le parole della ministra per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. «Fare un punto di verifica sull’attuazione del Codice Rosso è estremamente importante, all’interno di un processo complessivo per conoscere fino in fondo il fenomeno», ha detto Bonetti nel suo videointervento alla presentazione del Rapporto.

Se, infatti, i dati raccolti nell’ultimo anno confermano una diminuzione, durante il periodo di lockdown, per i reati di violenza sessuale (- 4%) e di violenza sessuale di gruppo (- 17%), la pandemia ha prodotto una nuova emergenza nell’emergenza: la difficoltà di allontanare l’indagato dalla casa familiare e di reperire strutture protette per accogliere chi scappa dalla violenza. Nel corso della prima fase pandemica, molte procure hanno adottato misure specifiche per assicurare continuità nelle attività giudiziarie a tutela delle vittime di reati di genere: un’esigenza che ha spinto il legislatore a escludere dalla regola generale della sospensione dei termini processuali dal 9 marzo al 15 aprile 2020 i ricorsi riguardanti gli ordini di protezione contro gli abusi familiari. Tra le innovazioni previste dalla legge, si segnalano anche alcune pratiche virtuose adottate dagli uffici giudiziari italiani. Come la creazione di gruppi specializzati in materia, l’adozione di linee guida e la disposizione di spazi dedicati all’ascolto delle persone offese.

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