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«Il dolore ci ha impedito di vivere: la tragedia indebolisce l’anima e il corpo»

Il caso di Sabine Maccarrone, uccisa nel 2007: il suo corpo fu ritrovato in un pozzo a Mazara del Vallo. La sua famiglia ripercorre la storia di quell'efferato delitto e racconta come cambia la vita di "chi sopravvive" a un femminicidio
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Verso il 25 novembre: una raccolta di storie e testimonianza per la campagna “Ferite a morte, feriti a vita” del Cnf in vista della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne di domani

Si ha spesso l’erronea convinzione che il tempo sia un balsamo, una medicina, una panacea per ogni male, ma in realtà, il tempo sutura solo la ferita, che sarà pronta nuovamente a sanguinare ogni qualvolta si affaccia una situazione particolarmente emotigena e collegata al ricordo di una persona amata o di un evento. È proprio quello che accade alla famiglia Maccarrone, che si è raccontata a distanza di anni dalla tragedia vissuta e che, ogni volta, rivive lo stesso dolore per la scomparsa prematura della giovane Sabine, morta il 24 marzo del 2007 all’età di 39 anni.

Il 16 aprile del 2007, a seguito di un sopralluogo effettuato dalle autorità preposte, fu rinvenuto il corpo esanime della povera Sabine Maccarrone, gettata in un pozzo artesiano a Mazara del Vallo. Gli accertamenti medico legali disposti nel corso delle indagini evidenziarono come il decesso della donna fosse addebitabile ad «arresto cardio- circolatorio… per trauma cranico chiuso di natura contusiva». Ma chi ricorda questo efferato delitto, certamente non potrà dimenticare i dettagli cruenti che la famiglia ha dovuto, in prima persona, subire. I media, i parenti, gli amici, gli abitanti del luogo, tutti erano al contempo strumento di sollievo – attraverso una semplice parola di conforto – e una vera e propria tortura. La famiglia infatti era costretta a rivivere ogni volta la propria amarezza anche semplicemente attraverso uno sguardo empatico e compassionevole posato su di loro. Il processo di primo grado si concluse con attribuzione dell’ergastolo a Melluso Giovanni con cui Sabine era sentimentalmente legata e con la condanna a D’Assaro Giuseppe, esecutore materiale dell’omicidio, a 30 anni di carcere, giudicato con rito abbreviato e la cui pena è stata confermata poi in secondo grado lo stesso anno. La Corte D’Assise D’Appello di Palermo, con sentenza del 6 marzo 2019, ha invece ribaltato completamente le sorti del Melluso: “Gianni il Bello”, così come veniva chiamato, noto per essere uno dei principali accusatori di Enzo Tortora, dall’ergastolo a cui era stato condannato in primo grado, fu assolto «per non aver commesso il fatto». La famiglia Maccarrone convive dal 2007 con le immense difficoltà emotive e più propriamente “materiali” che coinvolgono molte delle vittime di violenza.

La prima fase, primo momento traumatico, avviene con l’apprendimento materiale del fatto: la comunicazione del decesso del proprio caro è un momento difficilissimo che probabilmente resterà impresso nella memoria dei congiunti, per tutta la loro vita. La seconda fase, comincia allorquando si affacciano le prime problematiche legate ai dolorosissimi aspetti di natura pratica, come l’identificazione e il trasferimento del corpo che nel caso di Sabine era possibile riconoscere soltanto tramite il Dna per via dell’avanzato stato di decomposizione. La terza fase, è associata alla sopravvivenza al proprio estinto. I superstiti, i sopravvissuti ad un evento drammatico, non vanno lasciati soli e deragliare alla deriva, è necessario un supporto concreto anche di natura pratica ed economica. Quando si parla di violenza sulle donne infatti, la tendenza è quella di rivolgere il proprio pensiero alla vittima di una sopruso fisico o psichico ed è difficile che si possa immaginare quella forma di violenza indiretta e invisibile ma altrettanto potente, lacerante e che colpisce chi resta e sopravvive ad un proprio caro. È proprio di questo tema che vogliamo parlare in vista della giornata dedicata a contrastare la violenza sulle donne perché donne sono anche quelle sopravvissute a Sabine, le sue sorelle.

«Raccontarci, esprimere il nostro dolore, è qualcosa di molto doloroso e arduo. Siamo, da una parte, contenti di sentire parlare ancora di Sabine, perché la voce di nostra sorella riecheggia ancora oggi, dall’altra però parlare di lei e soprattutto del vuoto che ci ha lasciato, vuol dire riaprire una ferita mai chiusa e creare ancora altro dolore», raccontano Maria e Daniela, sorelle di Sabine. «Non è vero che il tempo guarisce le ferite – aggiungono. Ciò che cambia per chi come noi ha vissuto la tragedia della perdita di una sorella, di una figlia, di un marito è solo il rapporto con il dolore». «La sofferenza si è amplificata ancora di più quando qualche mese fa è stato assolto Melluso; ci è sembrato di dover rivivere nuovamente tutto il percorso fatto. Avere un colpevole dietro le sbarre non ci restituisce certo nostra sorella, ma ci è sembrato davvero strano come possa essere avvenuta una totale assoluzione in secondo grado di una persona che invece era stata condannata all’ergastolo», proseguono.

«La disgrazia che ci ha colpito ci ha indebolito non solo nell’anima ma anche nel corpo – raccontano. Mia madre, inizia a dimenticare, a rimuovere in qualche modo gli eventi ad avere dei ricordi vaghi ma questo non è dovuto certamente alla vecchiaia, piuttosto a tutto ciò che abbiamo dovuto subire». «Le conseguenze della nostra perdita sono enormi, la scomparsa così improvvisa e brutale di nostra sorella ci ha sottratto un pezzo della nostra vita. Il dolore ci ha impedito di evolverci. Noi eravamo ancora giovani, io avevo 40 anni, mia sorella Maria 43 e Sabine 39, noi avevamo il diritto di continuare a vivere. Questo lutto, questa perdita, ci ha fatto ammalare, ci ha fatto perdere energia, la voglia stessa di concedersi ed aprirci alla vita in tutti i sensi, sia sotto il profilo professionale che sentimentale. Per recuperare ci è voluto, e ci vuole ancora, molto tempo. Alla fine siamo arrivate ad avere anche un’età sostenuta che difficilmente ci consente di trovare lavoro. Il danno economico è stato ed è notevole». «Maria – racconta Daniela – si è anche ammalata di cancro, non voglio dire che è stata colpa della prematura dipartita di mia sorelle Sabine, ma certamente i guai non vengono mai da soli». «Ma Maria non è stata l’unica ad ammalarsi; a seguito del trauma subito, di questo dolore così forte, anche il mio corpo si è completamente paralizzato. Il crollo psicologico, mi ha causato una forte depressione», confessa Daniela. «L’unica nostra ancora di salvezza spiega – è stata la nostra forza di volontà, la vicinanza con Dio, e l’amore dei nostri animali» . «Vogliamo ricordare Sabine come la ragazza gioiosa che era ma certamente non possiamo dimenticare ciò che è accaduto. Posso solo suggerire per chi non riesce ad abbracciare la fede come me, di avere la vita più sana possibile, fare lunghe passeggiate all’aria aperta, dedicarsi a chi ha bisogno. Tutto ciò non sostituisce chi perdi, ma sicuramente fa continuare a vivere», conclude la sorella di Sabine.

Il 17 dicembre del 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò il 25 novembre come giornata mondiale contro la violenza sulle donne. La scelta della data non è lasciata al caso, essa è volta a commemorare l’omicidio delle sorelle Mirabal, impegnate a contrastare il regime dittatoriale, allora reggente, a Santo Domingo. La storia di chi sopravvive ad un grave omicidio, le difficoltà che deve affrontare, i pesi economici, morali, gli affanni umani dinanzi ad uno dei più gravi lutti che si può vivere è altrettanto una commemorazione. Sabine Maccarrone era una giovane donna, nel pieno della sua vitalità e con un futuro che non ha mai conosciuto, ma il futuro è divenuto nebuloso anche per i suoi cari.

*Di Tiziana Barrella, avvocato del foro di Santa Maria Capua Vetere

 

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