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L’appello dei medici italiani: «Il lockdown ormai è necessario»

Parla Giovanni Leoni, vicepresidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri: «Ciò che preoccupa maggiormente è l'asintomatico positivo. A differenza di marzo ed aprile noi abbiamo davanti l'inverno e una diffusione del virus anche nelle regioni del centro-sud che hanno dotazioni di posti di terapia intensive decisamente inferiori a quelle del nord»
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La FNOMCeO – Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri – ha lanciato, tramite il suo presidente Filippo Anelli, un appello alle istituzioni per un lockdown totale. Ne parliamo con il vice presidente, il professor Giovanni Leoni.

Cosa vi ha spinto a fare questa richiesta? Quali i dati a vostra disposizione?

Essenzialmente i dati della progressione dei contagiati che hanno portato la curva a salire in maniera esponenziale e il tasso di occupazione delle terapie intensive che è arrivato al 30%. In questo momento, nonostante le procedure di lockdown messe in atto con l’ultimo Dpmc, non possiamo sapere cosa accadrà nei prossimi giorni, in quanto le misure fanno vedere il loro effetto dopo dieci giorni circa. Ciò che preoccupa maggiormente è l’asintomatico positivo. A differenza di marzo ed aprile noi abbiamo davanti l’inverno e una diffusione del virus anche nelle regioni del centro-sud che hanno dotazioni di posti di terapia intensive decisamente inferiori a quelle del nord. A questo punto c’è il rischio che continuando ad avanzare così l’epidemia la percentuale delle persone che potrebbero avere necessità della terapia intensiva sia superiore ai posti disponibili.

La questione delle terapie intensive va a braccetto con quella del personale.

Il presidente Conte ha riferito qualche giorno fa in Parlamento del passaggio da 5.179 posti letto a 9.052 per quanto riguarda le Terapie intensive, e il prossimo arrivo di altri 1.729 ventilatori, situazione che porterà a 10.191 i posti in Terapia intensiva a livello nazionale. Tuttavia, secondo l’Istat la percentuale di personale in Anestesia e Rianimazione è stato incrementato solo del 5% con 625 unità totali; è chiaro che il carico di assistenza ricade sempre sui soliti noti, sia come medici che come infermieri. Non è cambiato nulla rispetto ai mesi precedenti per il personale di assistenza.

E dove prendete attualmente le risorse?

Per i reparti Covid i medici vengono reclutati dai reparti di medicina, da quelli di geriatria snaturando la loro attività ed esponendoli a dei seri rischi. Tenga conto che i medici, a differenza degli infermieri, non hanno neanche l’indennità di rischio biologico. Eppure molti di loro sono morti, anche a livello ospedaliero.

Secondo lei quali fattori hanno influito su questo aumento?

La riapertura delle scuole, la ripresa delle attività lavorative, il riempimento dei mezzi pubblici, il non rispetto delle regole soprattutto da parte dei cittadini con una età compresa tra i 20 e i 40 anni. Al contrario della prima ondata in cui l’età media dei ricoverati era sui 70 anni, adesso si è abbassata a 35 anni.

Questo lockdown generale andava fatto prima?

La preoccupazione principale a luglio e agosto era la riapertura delle discoteche poi chiuse perché la gente non rispettava le regole. Adesso c’è stato un aumento per le ragioni appena enunciate. Poi è stata fatta questa ampia disquisizione sulle aree in cui dividere il Paese, ma i contagi continuano ad aumentare. Non possiamo più aspettare: questo è il messaggio. Si è visto scientificamente qui, in Cina, a Vo Euganeo: il sistema più efficace per fermare l’avanzata dei contagi è il lockdown. Purtroppo se c’è un 20% della popolazione che non si è comportato nella maniera adeguata, alla fine pagano tutti le stesse conseguenze. È un monito anche per i negazionisti.

Anche tra gli scienziati non tutti sono a favore del lockdown generale?

È vero, ci sono state delle voci difformi che adesso un po’ alla volta stanno cedendo alla evidenza dei fatti. Un dato importante è che le terapie intensive non possono ospitare solo i pazienti Covid, ma anche i malati oncologici o chi subisce un incidente stradale. E si badi bene che un paziente Covid occupa anche per 20 giorni un posto in terapia intensiva.

Avete approvato poco fa un documento congiunto FNOMCeO- SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) per stabilire i criteri che i medici devono adottare per poter scegliere quali pazienti ammettere in Terapia Intensiva.

Tale protocollo è stato stipulato innanzitutto per non lasciare soli gli anestesisti a decidere quale paziente ricoverare e quale no. E poi per avere una risposta adeguata a quelle che sono le crisi di coscienza di ognuno di noi.

I medici nella prima fase erano visti come eroi, ora vengono attaccati. Qual è il suo pensiero su questo?

Avevamo già calcolato questa situazione. Improvvisamente l’opinione pubblica si è accorta che esistevamo e che lavoro facevamo; però poi si è lasciata distrarre dalle polemiche sollevate solo perché abbiamo chiesto 18 euro in più per i medici che fanno i tamponi o per farci vedere riconosciuto tutto il lavoro lasciato indietro a livello ambulatoriale. Non è tutto scontato, non si può sempre parlare di Ippocrate a gente che si è sacrificata per lavorare. I contratti di lavoro sono di lavoro non di schiavitù. A ciò si aggiunge che non abbiamo ancora sciolto il nodo sulla responsabilità professionale e i contenziosi legali fatti dai pazienti morti per Covid.

 

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