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Gianfranco Pasquino: «Altro che disagio: in piazza poche persone e organizzate»

Pasquino
Da Napoli a Torino: per il politologo Pasquino, dietro alle proteste non si nasconde un movimento di massa, ma piccoli gruppi organizzati legati all’estrema destra o alla criminalità
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«Se andiamo a guardare i numeri di queste manifestazioni ci accorgiamo che ogni volta si parla di sei, sette, massimo ottocento persone. Non mi pare un granché». Per il politologo Gianfranco Pasquino, dietro alle manifestazioni contro le nuove restrizioni imposte dal governo non si nasconde un possibile movimento di massa, solo piccoli gruppi organizzati legati all’estrema destra o alla criminalità.

Professore, queste manifestazioni sono spiegabili con le categorie del passato o siamo davanti a un evento totalmente nuovo?

È un fenomeno parzialmente nuovo. C’è ovviamente un disagio diffuso tra i lavoratori autonomi che hanno fatto sacrifici per sopravvivere durante il Covid. Ma non immagino queste persone scendere in piazza. O meglio, una piccola parte di loro potrebbe farlo, ma il resto dei manifestanti proviene dall’estrema destra – Casapound e Forza Nuova – o dai centri sociali. E soprattutto ci sono i provocatori della criminalità organizzata.

Sicuramente in piazza sono scesi anche gruppi organizzati di estrema destra, ma non crede che la criminalità abbia solo da guadagnarci dall’emergenza?

Non c’è dubbio. La criminalità organizzata guadagna dal disagio, sappiamo come reclutano i loro appartamenti: quelli che falliscono sono più facili da comperare.

Appunto, che interesse avrebbe la camorra a organizzare una protesta?

Fomentare gli scontri e mettere in luce il disagio, questo è il loro interesse.

Questo ragionamento vale solo per Napoli o anche per Torino, Milano, Bologna, solo per citare alcune delle grandi città scese in piazza?

A Bologna, lo so bene, ci sono alcuni centri sociali capaci di mobilitarsi. A Torino e a Milano la criminalità organizzata esiste.

Quanto pesa su questa analisi il fatto che i primi scontri violenti siano stati a Napoli? C’è un pregiudizio nei confronti del Sud storicamente “incapace” di esprimere conflitto sociale?

Questa analisi non prende le mosse dalla collocazione geografica di una città, ma dalla sua struttura sociale. Napoli è fatta di piccoli esercizi commerciali, di ristoratori, e credo che questo abbia un peso sulla possibilità di strumentalizzare una protesta. Il pregiudizio anti meridione non c’entra. Napoli è comunque una città fragile sul versante del lavoro e degli ammortizzatori sociali che la rende più vulnerabile a eventuali mobilitazioni orchestrate dalla camorra.

Quindi secondo lei più che un problema di conflitto sociale è un problema di ordine pubblico?

È sostanzialmente di ordine pubblico, sì. Questo non vuol dire che io sottovaluti il disagio di chi in questo momento si trova in difficoltà, dico che questo tipo di protesta non appartiene alle categorie sociali colpite, che tendenzialmente preferiscono una vita ordinata che renda possibile andare nei loro il loro ristoranti.

A scendere in piazza però non sono solo piccoli imprenditori, ci sono anche i loro dipendenti, spesso precari o assunti in nero. Anche loro preferiscono una vita ordinata?

In parte è vero che alcuni di questi lavoratori potrebbero essere scesi in piazza, ma non siamo davanti a un movimento di massa. Se andiamo a guardare i numeri di queste manifestazioni ci accorgiamo che ogni volta si parla di sei, sette, massimo ottocento persone. Non mi pare granché.

Quindi l’unica risposta possibile sono gli agenti antisommossa?

Da un lato lo Stato ha il dovere di garantire l’ordine, dall’altro di fornire a chi sta perdendo un lavoro tutto ciò che è necessario per poter sopravvivere, ma mi pare che lo stia già facendo. Bisogna però dividere in due il concetto di Stato: da un lato il governo, che ha già stanziato risorse per contenere gli effetti sociali del Covid, e dall’altro le burocrazie che hanno il compito di trasformare in pratica i provvedimenti con una certa rapidità.

I precari, ma soprattutto i lavoratori in nero non potranno accedere nessuna delle tutele previste dal governo…

Non so che risposte possa dare il governo a queste persone, perché quanto più c’è illegalità, tanto più è difficile riuscire a dare sostegno. Chi lavora in nero come unica forma di sopravvivenza immagino abbia il tempo libero per andare a protestare, però trovare una soluzione per loro non è facile.

Un partito di sinistra dovrebbe provare a capire nuovi conflitti figli di una nuova società?

Un partito di sinistra avrebbe già capito alcune tensioni sociali e avrebbe già dato loro un’organizzazione. Avrebbe già spiegato che da questa situazione non si esce non con la violenza ma ricostruendo tessuti sociali. A Napoli il Pd è una forza marginale, a Roma forse è un pochino più forte, a Torino ha avuto degli alti e bassi, a Milano è debole. Se quello è il partito di sinistra, non ci siamo. Manca la capacità non tanto di guidare la protesta ma di guidare la soluzione alla protesta, spiegando che la via d’uscita non può che essere collettiva.

Il Movimento 5 stelle fino a due anni fa sarebbe stato in piazza, oggi sta dall’altra parte della barricata e non è più in grado di rappresentare il dissenso. Quanto pesa questa assenza?

Questa è una domanda da fare a Luigi Di Maio, a Roberto Fico e agli altri dirigenti del Movimento 5 Stelle che in Campania aveva avuto un buon successo. Dovevano accompagnare al reddito di cittadinanza un’analisi delle reagioni del disagio sociale. Questo però non è stato fatto e adesso non sanno più cosa dire. È un bene che non si mettano dalla parte di coloro che incitano alla violenza ma dovrebbero avere qualche antenna in più nella società.

L’unica rappresentanza politica di queste piazze può essere affidata all’estrema destra?

Sia a Napoli che a Roma l’estrema destra non è un fenomeno marginale. Non dico che Casapound e Forza nuova siano rappresentative, ma di certo hanno avuto un ruolo negli scontri. E bisognava prevedere che avrebbero cercato di capeggiare o di istigare queste proteste.

 

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