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La conquista della notte

La pandemia ci fa tornare indietro di secoli, quando la notte era un luogo disabitato, ostello del male e della sedizione, un coprifuoco permanente gestito dai papi e dai sovrani per controllare il popolo
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Ci abbiamo messo più di mille anni per conquistare la notte. E non è stato un gioco. All’inizio l’abbiamo combattuta semplicemente dormendo, evitandola.

Un po’ come si evita la morte che del sonno è una parente stretta fin dall’antica Grecia con la sua mitologia che faceva di Ipnos e Thanatos due fratelli gemelli.

Poi l’abbiamo sfidata con i bagliori delle torce e delle candele che increspavano appena la sua trama fittissima, infine con le scoperte scientifiche, elettrificando le nostre città e i nostri villaggi. Una corsa spasmodica quella della luce, metafora fin troppo baciata della ragione e dell’intelletto che squarciano il velo dell’oscurità irrazionale trascinando il giorno oltre la sua frontiera naturale.

Per secoli e secoli è stata un luogo disabitato, un recesso di misteri e inquietudini, il teatro dell’anomalia e del male, animata da malfattori, adulteri e sediziosi, suggellata dai rintocchi sinistri delle campane e dai versi spettrali degli animali notturni.

Tutta la civiltà sprofondata nel sonno di un tempo sottratto alla percezione individuale come alla Storia, un limbo nero che segna il tempo sospeso tra il tramonto e l’alba. E all’interno del quale si agitano le rappresentazioni delle nostre più profonde paure.

Nell’iconografia cristiana Satana, l’avversario del genere umano non è casualmente identificato come il “principe delle tenebre”, la sua dimora, l’inferno dantesco, è il territorio della notte permanente, rischiarata dai lampi del fuoco riservato ai dannati. Sortilegi, malefici, stregonerie, tutto il catalogo del diavolo gonfia la grana disumana della notte che si popola di creature mostruose, che dà corpo al lato oscuro dell’immaginazione.

E, naturalmente, il suo è un tempo sacrilego, irrecuperabile, escluso dalla liturgia delle Ore canoniche, l’Ufficio divino riservato alla preghiera corale, da praticare “sette volte al di’”, ovvero dall’alba fino al momento di coricarsi. Certo esisteva anche la messa notturna, ma si tratta di una sfida quasi teatrale alle forze del male, un esorcismo collettivo tanto plateale quanto episodico. Un’eccezione.

Il potere  è stato da sempre l’arcigno custode della notte, straordinario mezzo per esercitare il controllo sui propri sudditi, «vietato uscire di casa dopo il vespro» veniva affisso nei rostri dei villaggi medievali dove le ronde solcavano le ore piccole gridando «è mezzanotte e tutto va bene!». Tutto va bene, ovvero nessuno circola per le strade.

Nel medioevo la manutenzione costante della notte permette di marcare una linea temporale distinta tra il lecito e l’illecito, protrarre la veglia nello spazio pubblico è un segno di malevola intelligenza con il demoniaco l’anticamera della cospirazione e della congiura.

Nel suo Histore de la nuit, lo storico Alain Cabantous ha spulciato migliaia di documenti, dagli archivi delle polizie a quelli dei tribunali mettendo in evidenza i terribili castighi che subivano i “profanatori”, coloro che violavano il coprifuoco fisiologico instaurato dalle autorità. Disobbedire al divieto, varcare il confine del giorno voleva dire attraversare il limite spazio- temporale della clandestinità un po’ come accade oggi con i migranti che cercano fortuna nel ricco Occidente.

Ma non è così per tutti: le magioni dei signorotti e poi gli sfarzosi palazzi dei monarchi di notte pulsano di vita, accolgono le grandi abbuffate e i chiassosi spettacoli che vanno avanti fino ai primi lucori dell’alba. La notte diventa così un privilegio esclusivo, mentre l’alta società gozzoviglia, canta e balla abbandonandosi alle gioie cortigiane, il popolo resta avvolto dai dalle spire del sonno, dal torpore di una vita indistinta, ai margini.

La differenza di classe non riguarda solo la possibilità di godere di beni materiali ma anche di disporre del proprio tempo in modo libero che la nobiltà estende solo per se stessa oltre il confine della luce solare, condannando tutti gli altri a un periodico letargo.

Alla fine del 18esimo secolo il processo inarrestabile di urbanizzazione e la rivoluzione borghese ribaltano il concetto stesso di notte che non è più lo speculare “rovescio del giorno”, ma un tempo autonomo da riempire come accade per le ore diurne; il cittadino moderno non occupa più abusivamente la notte ma le dà sostanza, la inonda di vita e di contrasti.

A Parigi il chiarore delle “lanterne oltre a rappresentare la forza sociale e intellettuale dell’Illuminismo è anche lo scenario dove avvengono i linciaggi di aristocratici e clericali, impiccati ai pali dei lampioni davanti folle esultanti.

Il potere delle lumières e i suoi edificanti precetti racchiudono paradossalmente l’opposto, non solo uguaglianza, libertà e fratellanza, ma anche vendetta, odio e rappresaglia, la luce è in tal senso uno strumento ambiguo, serve certo a scacciare via le tenebre ma anche a scovare i nemici nascosti nel buio. Le distopie totalitarie generano sistemi “dai mille occhi”, il controllo e la repressione del dissenso si consumano attraverso il “panottico”, la sorveglianza politica si spinge fino all’estremo invadendo ogni anfratto dell’esistenza individuale e la torcia che serve a squarciare la foschia è la stessa che rintraccia i dissidenti appartati nelle boscaglie, nel maquis.

Intanto le città diventano metropoli, la Seconda Rivoluzione industriale fa brillare le notti dei suoi abitanti, la società si apre e non può più trattenere i suoi membri nell’angusto perimetro diurno. Ora anche i poveri, il proletariato, si accaparrano del buio che d’improvviso contiene tutte le contraddizioni del giorno.

I bassifondi di Londra non si fermano mai, l’umanità malferma che perde la salute nelle fabbriche e nelle concerie al calar della sera si fionda nelle locande a rovinarsi la salute con ettolitri di pessimo alcool a rosicchiare la sorte nel gioco d’azzardo a intrecciare lame e coltelli, il crimine lievita nei suoi santuari antelucani.

È solamente nel ventesimo Secolo che la notte si svuota di ambiguità e simbologie oscure facendosi d’improvviso un’entità leggera, luogo che accoglie il fatuo loisir della borghesia gaudente, degli artisti contestatori, della gioventù sempre più consapevole di essere ormai un soggetto storico.

Cinema, bar, teatri, ristoranti, la vita sociale e culturale delle comunità ha ormai una profonda radice notturna, notti illuminate a giorno con gli scintillanti skyline delle grandi capitali visibili anche dai satelliti. Sembrava un processo irreversibile per il mondo democratico che mai più sarebbe ritornato a vivere nel tempo delle tenebre, sostenuto anche dalla frenesia di un capitalismo che ha l’horror vacui e che macina profitti h24.

Uno degli aspetti più inquietanti della pandemia di covid con i suoi coprifuoco a macchia di leopardo la sua rete di divieti e orari da rispettare è proprio questo violento riavvolgere il nastro della Storia, questo nuovo e inatteso sequestro della notte nel nome della salute pubblica.

Tutto molto ragionevole ma non per questo meno spaventoso. Sono bastati pochi mesi per sgretolare uno dei miti più persistenti del progresso e farci tornare indietro di oltre un secolo, Chiusi nelle nostre case, aspettando che la nottata prima o poi finisca.

 

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