Commenti 14 Aug 2020 21:00 CEST

Partiti addio: un’epopea senza più classe dirigente

Democristiani, comunisti e socialisti erano una “casta” ma formarono classi dirigenti con I fiocchi

Quei cinque deputati che hanno chiesto il bonus anti- covid o quei tre che lo hanno pure ottenuto dall’Inps senza violare formalmente alcuna norma ma finendo ugualmente sotto le lenti, e nei fascicoli, di uffici formalmente addetti al contrasto delle frodi, hanno prodotto fra i vari inconvenienti anche quello di farci chiedere come e perché mai sia scesa così in basso la selezione della classe politica. Che poi è classe dirigente anche quando fa l’opposizione, e perciò le pulci a chi governa nel tentativo, che ogni tanto gli riesce pure, di scalzarlo e sostituirlo.

Sino a prova contraria, essendosi continuato sempre a votare liberamente in Italia dal 1946 dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra – per la scelta della Repubblica, la Costituente e poi le Camere di ben diciotto legislature- la classe politica è stata selezionata dagli elettori, cioè da noi tutti. Se il suo livello è caduto così in basso, sino a finanziarsi illegalmente trascinandosi appresso la cosiddetta prima Repubblica e ora persino ad approfittare come un indigente qualsiasi della sprovvedutezza o buona fede del governo di turno, e del Parlamento che ne ha approvato le scelte, per intascarsi in tre casi, e cercare di farlo in cinque, seicento miserabili euro al mese per due volte e mille per la terza, dovremmo pendercela anche con noi stessi.

Col nostro consenso, non contro, è almeno dal 1991, cioè da 29 anni, che abbiamo accettato con un referendum abrogativo delle preferenze plurime di rinunciare ad una parte della selezione della classe politica. La parte residua, cioè la preferenza unica sopravvissuta a quel referendum vinto dal compianto Marco Pannella e dal vivo e vegeto Mario Segni, Mariotto per familiari e amici, fu soppressa dalla legge che disciplinò gli effetti di quel voto popolare. Fu una legge, battezzata Mattarellum dal compianto Giovanni Sartori, per i tre quarti maggioritaria, che consentiva di scegliere in ogni collegio fra un candidato ciascuno dei partiti in lizza, e per un quarto proporzionale. Che mandava in Parlamento i parlamentari nell’ordine in cui i loro partiti li avevano proposti agli elettori, senza alcuna possibilità di scartarne uno, in una lista cortissima, chiamata perciò “listino”. Marco Pannella e il mio carissimo amico Mariotto, pur mossi dal proposito dichiarato di ridurre quella che chiamavano “partitocrazia”, cioè il potere dei partiti, praticamente tutti divisi in correnti ma alla fine convergenti, secondo il linguaggio del leader radicale, in una “cupola” come tante altre di questo Paese, finirono per moltiplicarne la forza.

Da allora, una volta che abbiamo deciso quale partito o movimento o lista votare, se decidiamo di andare alle urne e non al mare, o ai monti, secondo le stagioni e i gusti, o starcene semplicemente a casa, non ci rimane altro da fare. Il partito provvede a tutto il resto. E ciò varrà anche se la legge elettorale, com’è nel progetto o nei desideri della maggior parte delle forze politiche oggi in campo, tornerà interamente proporzionale. Di ritorno alle preferenze neppure a parlarne, perché solo ad accennarne si rischia di essere accusati di volere i voti venduti e comperati, come se quelli alle liste bloccate non fossero esenti da pratiche mercantili. Si rischia cioè di passare per sostenitori della corruzione e persino del deficit: già, pure del deficit, perché ci sono analisti che hanno attribuito al sistema delle preferenze anche le epoche dei disavanzi e del debito in crescita. Che nel frattempo è aumentato alle cifre stratosferiche che conosciamo, appena salito in questi giorni di un altro centinaio di miliardi di euro per effetto dell’epidemia virale.

Per fortuna questa volta, a parte i “furbetti” del bonus anti- covid, la corruzione non c’entra. O c’entra poco, del resto “spazzata” via trionfalisticamente con una legge nella quale i grillini, durante l’anno e più di governo con i leghisti, hanno infilato – visto che si trovavano – una norma in vigore dal primo gennaio sulla prescrizione breve, decapitata dalla prima sentenza. Per i due gradi successivi di giudizio il tempo a disposizione della magistratura è infinito. E tale rimarrà sino a quando la maggioranza giallorossa non riuscirà se mai vi riuscirà – a riformare il processo penale per garantirne la “ragionevole durata” genericamente assicurata dall’articolo 111 della Costituzione.

Nel frattempo – dicevo, ma andando ancora più indietro negli anni- i partiti che noi anziani avevamo imparato a conoscere, seguendone congressi, convegni di corrente anticipatori di svolte politiche, tutte poi sottoposte al giudizio degli elettori, come avvenne col centro- sinistra dopo il congresso della Dc del 1962 e il rinnovo del Parlamento nel 1963, sono scomparsi. Ne hanno preso il posto emuli che dei congressi fanno bellamente a meno. O, peggio ancora, sono sopraggiunte formazioni dichiaratamente, sfacciatamente personali o personalistiche. Non è vero forse?

I vecchi tanto odiati partiti delle “cupole” denuncia- te da Pannella, al netto certamente dei suoi meriti per la crescita dei diritti civili in Italia, a cominciare dall’introduzione del divorzio, non erano solo ritrovi di clientele, che certo non mancavano, per carità, ma anche scuole di formazione. La più rigorosa e famosa fu quella del Pci alle Frattocchie, alle porte di Roma, rispetto alla quale impallidiva quella della Dc alla Camilluccia, più celebre per le riunioni della direzione nazionale del partito o per i “vertici” che vi si svolgevano nei momenti più difficili, come quelli conclusivi delle tante crisi di governo attraverso le quali si celebrarono le quattro grandi esperienze o formule della prima Repubblica. Esse furono il centrismo degasperiano, il centro- sinistra di Amintore Fanfani, Aldo Moro, Mariano Rumor ed Emilio Colombo, la “solidarietà nazionale” di Giulio Andreotti a Palazzo Chigi e Moro a Piazza del Gesù, sino al suo tragico sequestro, e il centrosinistra allargato ai liberali e guidato, in ordine cronologico, da Bettino Craxi, Giovanni Goria, Ciriaco De Mita e di nuovo Andreotti.

Della scuola comunista alle Frattocchie molto si è scritto e persino favoleggiato, ma senza mai riconoscerle curiosamente il merito che ebbe di anticipare di moltissimi anni, senza che nessuno se ne accorgesse, neppure fra i militanti del Pci e i ristoratori ruspanti delle feste dell’Unità, la rottura culturale con Lenin. Il quale aveva preso il potere in Russia dicendo che il governo rivoluzionario dei soviet nasceva di suo così forte ed efficiente da poter essere “presieduto” anche dalla sua “cuoca”.

Altro che la cuoca di Lenin, o poi “la casalinga di Voghera” senza pretese rivoluzionarie, altro che “l’uno vale uno” sbandierato al loro esordio politico in funzione anti- casta dai grillini al primo vagito di quella che alcuni hanno già chiamato “la terza Repubblica”. Il Pci di Palmiro Togliatti volle che i suoi funzionari e i suoi candidati al Parlamento fossero culturalmente e socialmente attrezzati. Il rispetto per il Parlamento, per la sua sovranità, le sue prerogative era talmente forte in Togliatti ch’egli mai volle disgiungere la carica di segretario del partito da quella di capogruppo alla Camera. E nell’approvazione della Costituzione del 1947 non condivise la “stranezza” di una Corte Costituzionale pensata non solo per decidere della conformità alla Costituzione delle leggi ereditate dal fascismo ma anche di quelle che avrebbe poi approvato il Parlamento della Repubblica. D’altronde, anche Pannella avrebbe poi bollato la Corte del Palazzo della Consulta, una volta vistala realizzata e all’opera, come una “cupola” anch’essa perché ogni tanto contraria a qualcuno dei referendum promossi a grappoli dai radicali. Sono cose che ai nostri giovani nessuno più racconta.

La Democrazia Cristiana, dal canto suo, pur essendo il partito centrale per la storica vittoria elettorale del 1948, destinato persino dagli accordi di Yalta conclusivi della seconda guerra mondiale a non temere un sovvertimento degli equilibri politici interni, col Pci filosovietico relegato all’opposizione da quello che Alberto Ronchey avrebbe poi chiamato “il fattore K”, non lasciò all’improvvisazione la gestione del governo. Ferree regole interne imponevano la gavetta anche agli ambiziosi più sgomitanti e persino preparati. Non si diventava ministri dalla sera alla mattina, ma solo dopo aver fatto i sottosegretari. E non si diventava sottosegretari senza essere mai stati relatori di leggi importanti o presidenti di commissione parlamentare. Il professionismo politico non era un difetto o un vizio, ma una virtù.

Se ne sono resi conto, una volta arrivati in Parlamento, e poi nel governo entro una sola legislatura, anche i grillini rimettendo in discussione il principio o addirittura la filosofia del massimo di due mandati elettivi, tanto a livello nazionale quanto a livello locale. Non hanno giocato in questa direzione, fra i pentastellati, solo le ambizioni dei singoli ma anche la consapevolezza, una volta alle prese con i problemi del governo, che una classe dirigente non si improvvisa ma la si forma. In fondo, ma molto in fondo, persino la sindaca di Roma Virginia Raggi nel reclamare il diritto di riprovarci prima ancora del cambiamento delle regole interne, annunciando la ricandidatura e strappando il consenso ad un Beppe Grillo che aveva scomodato un imitatore di Trilussa per invitarla a rinunciare perché troppo in alto rispetto ai concittadini, come la volpe con l’uva acerba, ha tratto dall’esperienza compiuta nel suo primo mandato motivo per ritenere, o sperare, di poter far meglio la prossima volta. E ciò anche se la scommessa, francamente, della prima cittadina ormai uscente di Roma per le condizioni alle quali è stata ridotta la città dai grillini, a furia di improvvisare e cambiare assessori, sembra disperata.

Debbo dire che nel primo passaggio tra una Repubblica e l’altra, quando la rapidità e radicalità dell’offensiva giudiziaria contro i vecchi partiti di governo indusse Silvio Berlusconi a improvvisare con un grido da stadio – Forza Italia – la formazione di un partito che gli avversari definirono “di plastica”, ma che molti orfani elettoralmente della Dc o del Psi o dei partiti laici considerarono un rifugio, fui involontario testimone e persino partecipe della sua consapevolezza di dover formare una nuova classe politica e dirigente, e non solo di raccogliere quella degli altri partiti scampata alla decimazione giudiziaria. Accettai per qualche settimana nella tarda primavera o estate del 1993, quando il Cavaliere era tentato dalla politica ma non ancora deciso davvero, di contribuire a corsi di formazione politica, in una località vicino a Lugano, per il personale di Pubblitalia selezionato da Marcello Dell’Utri per l’avventura della famosa “discesa in campo” del Cavaliere. Lo stesso Dell’Utri concludeva personalmente quei corsi parlando ai suoi dipendenti, per esempio, di Dante o di Manzoni. Questo è il personaggio che personalmente ricordo: altro che il mafioso o il tessitore o complice di trame stragiste che poi i tribunali hanno sfornato con sentenze anche definitive.

Il fatto è che ci attendevano, in quel passaggio dalla prima alla cosiddetta seconda Repubblica, per non parlare delle successive, stagioni solo di confusione e illusioni. La principale delle quali fu quella proprio di poter improvvisare una nuova classe dirigente, mandata direttamente al governo dagli elettori, saltando tutti i passaggi intermedi dei partiti, non a caso diventati da veri a finti. E ora ne paghiamo tutti le conseguenze. Dai nipoti siamo precipitati ai pronipoti di Lenin.

 

 

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