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Carrelli Palombi: «Negare a Palamara l’ultima difesa: la scelta scellerata dell’Anm»

Roberto Carrelli Palombi è il collega che ha difeso Palamara dinanzi al comitato direttivo dell’Anm
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Roberto Carrelli Palombi è persona elegante. Che sa nascondere con eleganza anche le proprie origini nobiliari ( ha più cognomi di quanto sembri). È stato un leader storico di Unicost, la corrente di Luca Palamara, ma nessuno ha osato sfregiarlo a colpi di intercettazioni. È stato il difensore tecnico di Palamara nel procedimento “deontologico” dinanzi all’Anm, ma si permette di dire, in questa intervista, che si dissocia «profondamente» dalle accuse indiscriminate che ora il suo assistito rivolge all’intera magistratura. È presidente di Tribunale, a Siena, ma non per questo ha pensato di snobbare ( come altri fanno) l’attività associativa. Insomma, Carrelli Palombi è persona sufficientemente libera per dire esattamente quello che pensa. Anche quando definisce così la scelta di negare a Palamara un’ultima difesa dinanzi al “tribunale” che sabato scorso ne ha deliberato l’espulsione dall’Anm: «Scellerata».

Perché scellerata?

Mi permetto di dirlo a un quotidiano particolarmente sensibile alla tutela del diritto di difesa. Ho assunto la difesa tecnica di Palamara nel procedimento conclusosi dinanzi al comitato direttivo centrale dell’Anm e davvero non trovo un solo ragionevole motivo per negargli la possibilità di parlare per ultimo, come credo dovrebbe spettare a qualsiasi persona accusata in qualunque tipo di procedimento a suo carico.

Partiamo da un dato generale. In un’intervista al Dubbio, Flick ha sostenuto che il codice deontologico è stato ignorato per anni dalla magistratura. C’è il rischio che ora alle sanzioni deontologiche appunto, come per Palamara, si faccia ricorso in una prospettiva da resa dei conti?

Giovanni Maria Flick è figura autorevolissima. Va data particolare attenzione a quanto dice. A me sembra che negli ultimi anni ci sia stata una scarsa attenzione alla deontologia all’interno della magistratura. Non mi pare che finora la reazione dell’Anm sia stata adeguata. Le proposte che provengono ora dai suoi vertici sono le stesse da me avanzate anni fa nelle vesti di segretario generale di Unicost: riforma elettorale del Csm, limiti al rientro da incarichi politici e fuori ruolo, criteri meglio definiti per orientare le nomine del Consiglio. Non mi pare esaustiva neppure la pur motivata affermazione del presidente Poniz secondo cui esiste in magistratura una questione morale grande quanto una casa: certo che è così, ma davvero riteniamo sia solo colpa di chi recepiva le affannose ricerche di raccomandazione? Forse dobbiamo riflettere anche sul comportamento di chi quelle raccomandazioni chiedeva.

Prima di venire al dunque del Palamara zittito: ma com’è che la magistratura è finita in una spirale simile?

Guardi che l’esasperata ricerca di occasioni e scorciatoie per la carriera, l’adesione a un gruppo che potesse favorirla, sono fatti non nuovi che risalgono quanto meno al libro “Diario di un giudice” di Dante Troisi, già citato da autorevoli colleghi in questi giorni. Parliamo degli anni Cinquanta. Solo che allora con la carriera c’era in ballo pure un incremento della retribuzione. Oggi, com’è noto, fare carriera non produce vantaggi economici, solo un maggiore prestigio. Credo che un buon antidoto possa consistere nel promuovere una più realistica concezione della carriera dirigenziale. Da consigliere di Cassazione lavoravo tantissimo, ma da quando sono presidente di Tribunale devo fare i conti con un’enorme mole di incombenze che si affianca al lavoro giudiziario al quale il dirigente non può sottrarsi. Anche un magistrato che ricopre un incarico semidirettivo deve nello stesso tempo continuare a fare il giudice e svolgere la funzione di coordinamento della sezione alla quale è assegnato. Se si ha un’idea simile dell’incarico direttivo, forse si perde anche un po’ l’ossessione per la carriera.

Con la scelta di non dare la parola a Palamara, sabato scorso, lo si è di fatto rappresentato come principale responsabile al punto da mettere in ombra le degenerazioni generali?

Ho definito la scelta scellerata perché non sussisteva alcun ragionevole motivo per impedirgli di parlare. Oltre a ciò, la decisione è stata adottata da un comitato direttivo la cui rappresentatività della categoria si era molto ridimensionata.

A cosa si riferisce?

Al fatto che l’attuale direttivo è in prorogatio perché l’epidemia ha imposto il rinvio delle elezioni da marzo scorso al prossimo ottobre. E anche perché rispetto all’insediamento di quattro anni fa il comitato stesso ha visto subentrare, in ben 22 casi su 36, i primi dei non eletti, dopo che altrettanti componenti avevano lasciato, per varie ragioni, l’incarico. Spesso chi ora è nel direttivo come subentrato aveva raccolto, nel 2016, non più di una cinquantina di voti, a fronte degli oltre 300 del collega avvicendato. Mi chiedo se una decisione così grave come quella di impedire all’incolpato il diritto all’ultima parola poteva mai essere assunta da un organo dalla così indebolita rappresentatività.

È stato obiettato che lo Statuto non prevede la difesa davanti al comitato direttivo centrale.

Non la prevede ma neppure la impedisce, in alcun modo. È stato persino impedito a me di rappresentare, come difensore, le ragioni dell’istanza con cui Palamara chiedeva di essere ascoltato.

È grave negare la parola all’avvocato.

Palamara ha potuto difendersi davanti ai probiviri, è vero. È quanto mi è stato obiettato. Però all’epoca di quella difesa non si poteva disporre che di contestazioni tratte da notizie di stampa, non da atti di un procedimento. Notizie peraltro diffuse in violazione del segreto istruttorio, cioè illegalmente.

Bene.

Solo dopo, quelle contestazioni sono state rimodulate in fatti materiali, nell’atto conclusivo dei probiviri. Inoltre Palamara avrebbe potuto finalmente parlarne anche per aprire una discussione più ampia sulle responsabilità politiche per quanto emerso dalle indagini di Perugia, responsabilità senz’altro diffuse e non attribuibili a lui in modo unico. Tanto per intenderci: il dottor Palamara non poteva e non doveva essere assimilato a chi promuove un’associazione a delinquere ex 416 codice penale. Ha interpretato in una chiave senz’altro contestabile il ruolo delle correnti, ma certamente non è stato l’unico, negli ultimi anni, ad agire in tal modo. C’ ancora un’altra controdeduzione.

Quale?

Gli altri magistrati coinvolti nella vicenda contestata a Palamara si sono dimessi prima di ricevere gli addebiti dal collegio dei probiviri, evitando così l’espulsione perché non erano più soci dell’Anm. Luca Palamara, chiedendo di parlare dinanzi al Cdc, si è esposto alla certezza di essere espulso, in quanto pur essendo intenzionato a rassegnare verbalmente, proprio dinanzi al Cdc, le dimissioni dall’Anm, il Comitato legittimamente avrebbe potuto sospendere la procedura di accettazione delle dimissioni fino alla conclusione del procedimento disciplinare, conclusione che non poteva che essere l’espulsione. Si è scelto di non farlo parlare. Sarebbe stato invece giusto concedergli un’ultima ed effettiva difesa, come peraltro è previsto nel procedimento disciplinare a carico dei magistrati dinanzi al Csm.

Lei non discute tanto il merito di tale esito, dunque.

No, ma siamo magistrati. In tutti i processi, anche in quelli di un’associazione privata come l’Anm, la forma è sostanza. L’accertamento deve avvenire secondo un percorso il più rispettoso possibile delle regole e dei diritti di chi viene accusato, perché il postulato del nostro sistema giuridico è che solo il rigoroso rispetto delle regole del giudizio consente il massimo avvicinamento possibile della verità processuale alla verità storica.

È il giusto processo.

Sì, il giusto processo.

 

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