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Antonio Citraro si suicidò in cella, 19 anni dopo la Cedu condanna l’Italia

Antonio Citraro aveva chiesto di essere trasferito dal carcere di Messina. Il 16 gennaio del 2001 fu trovato morto in cella. La Cedu ora punisce lo Stato italiano perché avrebbe dovuto tutelare il suo "diritto alla vita"
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Dopo 19 anni dal suicidio in carcere, tra procedimenti penali conclusi con l’assoluzione degli imputati, è giunta la condanna all’Italia da parte della Corte Europea di Strasburgo ( Cedu). Parliamo della morte nel carcere di Gazzi a Messina del detenuto Antonio Citraro, avvenuta il 16 gennaio del 2001. Verso le 19.15 di quel tragico giorno, un agente penitenziario lo trovò appeso con un lenzuolo del letto alla grata della cella. Quando il personale del carcere riuscì a entrare per fornire le prime cure a Citraro, quest’ultimo non reagì, trasportato d’urgenza all’ospedale civile, fu dichiarato morto al suo arrivo.

Esattamente un anno fa la Cedu ha riaperto il caso, dopo un ricorso presentato dall’avvocato di Messina Giovambattista Freni. Antonio Citraro, 31 anni, figlio di un imprenditore messinese e in attesa di giudizio, più volte aveva chiesto di essere trasferito dal carcere di Messina per motivi che non erano stati approfonditi. Dopo le denunce della famiglia il Gup di Messina dispose il rinvio a giudizio per il direttore del carcere, due agenti di custodia e il sanitario del tempo, con le accuse di favoreggiamento, falso per soppressione, omicidio colposo, abuso dei mezzi di correzione e lesioni personali. Il Tribunale e la Corte di Appello pronunziarono sentenza di assoluzione per gli imputati e anche la Cassazione decise di confermare il verdetto. I genitori però non si sono arresi e hanno presentato ricorso ( Causa Citraro e Molino c. Italia) alla Corte Europea per i Diritti dell’uomo. La Cedu, dopo aver verificato i sistemi di tutela dei detenuti nelle carceri italiane, ha condannato lo Stato italiano al risarcimento di 32.900 euro per la violazione dell’elemento materiale dell’articolo 2 della Convenzione. Parliamo del diritto alla vita che obbliga lo Stato non soltanto ad astenersi dal provocare la morte in maniera volontaria e irregolare, ma anche ad adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione. Tale obbligo sussiste, ancora di più, dal momento in cui le Autorità penitenziarie siano a conoscenza di un rischio reale e immediato che la persona detenuta possa attentare alla propria vita.

Nel caso in questione, l’Amministrazione penitenziaria era perfettamente a conoscenza dei disturbi psichici e della gravità della malattia di cui era affetto il detenuto, degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio che aveva posto in essere, dei suoi gesti e pensieri suicidi e dei segnali di malessere fisico o psichico: aveva completamente distrutto la cella, impedendo l’ingresso al personale, e faceva discorsi deliranti e paranoici. Ma casi come questi non sono isolati. Tanti, troppi detenuti si suicidano quando vengono messi in isolamento perché affetti da disturbi psichici. L’attivista calabrese Emilio Quintieri ricorda particolarmente quella di Maurilio Pio Morabito, 46 anni, avvenuta il 29 aprile 2016, a poche settimane dal suo fine pena ( 30 giugno 2016), mentre era detenuto presso la Casa circondariale di Paola. Morabito, come Citraro, si è impiccato nella cella n. 9 del reparto di isolamento, dopo aver posto in essere diversi atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, rifiutato di assumere i farmaci per timore di essere avvelenato ed anche di recarsi a colloquio con i propri familiari. La vicenda all’epoca denunciata da Quintieri è stata riportata su Il Dubbio. Aveva incendiato e distrutto, ripetutamente, le altre celle in cui era precedentemente allocato e per tale ragione era stato posto per diversi giorni in una cella liscia ( cioè priva di ogni suppellettile), sporca e maleodorante, senza nemmeno essere sorvegliato a vista, lasciandogli addosso solo le mutande ed una coperta. Proprio utilizzando quest’ultima, che è stata annodata a forma di cappio alla grata della finestra della cella, di notte, è riuscito a togliersi la vita.

Per la vicenda di Morabito, i familiari, non hanno ottenuto giustizia in sede penale, in quanto il procedimento è stato archiviato dal Gip del Tribunale di Paola su conforme richiesta avanzata dalla Procura della Repubblica. Recentemente però, assistiti dagli avvocati Corrado Politi e Valentino Mazzeo del Foro di Reggio Calabria, hanno citato in giudizio il ministero della Giustizia per sentirlo condannare al risarcimento dei danni. La causa attualmente è in corso presso il Giudice civile del Tribunale di Reggio Calabria e proprio Emilio Quintieri che portò alla luce questo suicidio è tra le persone che verranno sentite in merito dall’Autorità Giudiziaria.

 

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