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Il Csm delle correnti bocciò sia Falcone che Borsellino, ecco perché va riformato

L’organo di autogoverno non può essere guidato dalle fazioni, ma essere libero di fare le sue scelte. In gioco è lo stato di diritto
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Csm e magistrati scomodi: la storia si ripete. I conflitti interni tra correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati nel Consiglio Superiore della Magistratura ci sono sempre stati. Palamara che tutti oggi condannano, non è che l’espressione di ciò che è già accaduto in passato soltanto che all’epoca non esistevano i trojan e quindi non potevamo ascoltare e leggere ciò che accade oggi.

Giovanni Falcone, senza dubbio, fedele servitore dello Stato e della Costituzione, è stato l’avversario più temibile per la mafia siciliana poiché inventò un nuovo metodo d’indagine rimasto alla storia, e validissimo ancora oggi, con un input: “segui il denaro e troverai la mafia”. L’uomo che oggi noi tutti ricordiamo per la sua dedizione al lavoro e il suo acume investigativo fu ostacolato e non poco proprio da un’istituzione pubblica: il Consiglio Superiore della Magistratura. Ricordo ciò che mi disse Antonino Caponnetto: «Falcone soffriva per le polemiche laceranti sul suo conto specie quando provenivano da suoi colleghi, molti dei quali riteneva amici».

Per quanto possa ricordare il Csm è stato sempre divisivo. Divide i partiti politici, l’opinione pubblica, la magistratura stessa. Dopo il regime fascista, i Costituenti vollero che la Giustizia fosse amministrata in nome del Popolo italiano e i giudici fossero soggetti soltanto alla legge.

Nacque così l’organo di autogoverno dei magistrati che doveva servire per regolamentare i concorsi, le assegnazioni, i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari. Questo era, ed è, il suo ruolo essenziale. Il Csm viene meno ai suoi doveri quando non fa scelte autonome e indipendenti e cioè quando a decidere, non è libero ma eterodiretto dal potere delle correnti.

Quando questo accade, va in crisi lo Stato di diritto. Una crisi simile, se non peggiore, a quella che quest’organo pubblico sta attraversando oggi, iniziò nel 1988 quando il Csm doveva nominare al posto di Antonino Caponnetto il nuovo Consigliere istruttore presso il Tribunale ordinario di Palermo. Giovanni Falcone partecipa alla selezione. E’ l’erede naturale per esperienza e per capacità.

Il Csm “lottizzato” gli preferisce un magistrato anziano prossimo alla pensione. Non finisce qui. Il Csm dà ancora il suo meglio quando deve essere nominato il primo procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia. Il nuovo organo è un’idea e un progetto di Giovanni Falcone che finalmente si realizza.

Concorrono due magistrati e il Csm nominerà il concorrente di Falcone umiliandolo ancora una volta. Il ministro di Grazia e Giustizia di allora, Claudio Martelli, però si oppone e solleva il conflitto tra organi dello Stato e non ratifica la nomina. La Corte Costituzionale darà ragione al ministero ma nel frattempo la mafia elimina Falcone.

Nel frattempo si candida Paolo Borsellino poiché la selezione si è riaperta e mentre all’interno del Csm si polemizza e si creano fazioni e nuovi candidati da contrapporgli, la mafia uccide anche l’altro nemico giurato.

Questo era il Csm delle correnti e questo è rimasto fini ai nostri giorni. Non esisterebbero queste alterazioni se non ci fossero magistrati disposti a tutto per la carriera. Non se ne esce senza una vera riforma e bisogna farla al più presto proprio per il bene della gran parte della magistratura che è sana e che rappresenta degnamente il popolo italiano in nome del quale esercita la sua funzione e non il suo potere.

* giurista e docente di diritto penale

 

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