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Il Trojan per il reato che non c’è continua a distruggere carriere sfiorate dal caso Palamara

Il virus spia nel cellulare della potente toga di Unicost, Luca Palamara, ha fatto franare le mura del Csm e insinuato la regola del sospetto nel corpaccione prima impenetrabile della magistratura. Ma, ironia amara, il Trojan sarebbe da considerarsi utilizzato illegittimamente, almeno ex post, perchè l’accusa di corruzione è caduta
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Cade l’ipotesi accusatoria in forza della quale era stato disposto, ma la sua potenza distruttrice continua. Non a caso si chiama Trojan horse e prende il nome da una delle tecniche di guerra più note e meno onorevoli dell’antichità, che fece cadere con l’inganno la città di Troia.

Il virus spia nel cellulare della potente toga di Unicost, Luca Palamara, ha fatto franare le mura del Csm e insinuato la regola del sospetto nel corpaccione prima impenetrabile della magistratura. Ma, ironia amara, il Trojan sarebbe da considerarsi utilizzato illegittimamente, almeno ex post, perchè l’accusa di corruzione è caduta.

Ricostruendo i passaggi, l’indagine contro Palamara era fondata sull’ipotesi di corruzione e, vista l’estensione dell’uso dei Trojan anche ai reati contro la Pubblica amministrazione, i magistrati perugini avevano “infettato” il cellulare dell’indagato. Tutto legittimo, dunque. Peccato che, zome i legali di Palamara hanno confermato, «Le più gravi forme di corruzione originariamente ipotizzate sono escluse» dalla Procura di Perugia, «infatti, il pm Luca Palamara non è più accusato di aver ricevuto somme di 40 mila euro per nominare Giancarlo Longo come procuratore di Gela o per danneggiare Marco Bisogni nell’ambito del procedimento disciplinare che lo vedeva coinvolto». Nel frattempo, però, la captazione, la relativa trascrizione e successiva pubblicazione sulle principali testate giornalistiche delle intercettazioni ha prodotto conseguenze devastanti all’interno dell’organo di autogoverno della magistratura ( cinque consiglieri si sono dimessi) oltre alla rivelazione dei rapporti di forza tra correnti della magistratura e la loro contiguità con la politica.

Ultime vittime della pubblicazione degli atti, infine, sono stati il capo di gabinetto del ministro della Giustizia ( la toga di Unicost Fulvio Baldi, dimessosi) e ieri il pm della procura antimafia Pasquale Sirignano. Il prodigio diabolico delle nuove norme sull’utilizzo dei Trojan, però, è che nonostante la caduta dell’ipotesi di reato “portante” – le intercettazioni rimangono perfettamente utilizzabili per reati diversi dai quelli per i quali ( non) si procede. E grazie a queste i pm hanno indagato su ulteriori ipotesi di reato a carico di soggetti terzi ( che però per quei reati non avrebbero potuto essere intercettati). Ecco dunque una perfetta ipotesi di doppio cavallo di Troia: basta un vettore ( un reato per il quale i Trojan sono previsti, non importa se poi non sussistente) perchè il virus spia porti alle comunicazioni non autonomamente intercettabili di altri, da cui si ricavano poi autonome e ulteriori notizie di reato.

Chi giudicherà il caso Palamara non potrà che valutare solo le restanti e meno gravi ipotesi di reato a carico del magistrato. Ma per chi è già stato travolto ( togati del Csm, giornalisti, altri magistrati, capi di gabinetto) sarà ben magra consolazione.

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