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Dibba, l’exit strategy: licenziare Giuseppi e prendersi il partito

Alessandro Di Battista sa che prendersi il partito deve prima “raddrizzare” il governo a colpi di spallate. A costo di azzoppare Giuseppe Conte
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Scissione o ribaltone interno poco cambia. Qualunque esito finale abbiano le mosse di Alessandro Di Battista a rischiare il posto sarà in primo luogo Giuseppe Conte. Quell’avvocato – che nei piani iniziali di Luigi Di Maio avrebbe dovuto fare il ministro della Pubblica amministrazione di un monocolore grillino e che poi si rivelato capace di sedere per due volte a Palazzo Chigi col sostegno di maggioranze opposte – per l’ala movimentista è diventato un problema, il simbolo del realismo politico che avrebbe snaturato il Movimento.

E Dibba sa che prendersi il partito deve prima “raddrizzare” il governo a colpi di spallate. A costo di azzoppare il primo ministro alla vigilia di un delicatissimo Consiglio europeo, di renderlo vulnerabile agli occhi degli altri capi di Stato nella fase decisiva della trattativa sulle risorse da destinare al Covid.

Prima sul Mes, poi sulla nomina di Descalzi, per tornare di nuovo al Mes. Il grillino viaggiatore da una settimana spara cartucce a raffica sul governo e sull’attuale reggenza del Movimento, garantita da quel Vito Crimi definito «abusivo» dagli avversari interni. Appelli su Facebook, lettere ai giornali, interventi pubblici così Dibba spacca il fronte governista e galvanizza i suoi seguaci più arditi: gli europarlamentari Ignazio Corrao e Piernicola Pedicini, finiti sotto la lente d’ingradimento dei probi viri già da parecchi mesi per aver votato più volte in dissenso dal gruppo. A partire dal no alla presidente della Commissione Ursula von der Leyn, sulla cui elezione aveva garantito lo stesso Di Maio, fino al no di pochi giorni fa al Mes, inserito però in un pacchetto insieme al Recovery Fund su cui punta il governo italiano. Sono i loro voti a mandare in tilt la macchina pentastellata all’Europarlamento.

«Dobbiamo tutti sostenere Conte in questa trattativa difficilissima», continua a ribadire il ministro degli Esteri Di Maio, richiamando al senso di responsabilità l’ex amico Dibba e dei suoi generali. Ma da quell’orecchio i duri e puri non sembra ci vogliano sentire. Se l’Italia attiverà il Mes «la conseguenza immediata sarà la caduta del governo», insiste Corrao, intervistato da Repubblica, stuzzicando i nervi dei governisti, ormai riuniti in un mega raggruppamento che va dagli ortossi ai dimaiani, dai pragmatici del nord agli ondivaghi romani. Per i ribelli c’è solo una soluzione per evitare la «scissione» di cui parla apertamente l’eurodeputato Pedicini: incoronare Di Battista alla guida del partito. O nesusno deporrà le armi, come continua a fare Corrao, che su Facebook alza la posta mettendo nel mirino il capo delegazione 5S a Palazzo Chigi: Alfonso Bonafede. Il ministro della Giustizia «porta la posizione del M5S, ma con noi non si confronta, non lo sappiamo che posizione porta».

La guerra è totale e non risparmia più nessuno. E non si limita al Parlamento europeo. Ad alimentare le schiere di Dibba ci sono gli scontenti di tutti i livelli: ex ministri non riconfermati, aspiranti sottosegretari scartati e vecchi uomini di potere finiti ai margini. Come Max Bugani, consigliere comunale bolognese e storico braccio destro di Davide Casaleggio in Rousseau. Dopo essere entrato in rotta di collisione con Di Maio e col figlio del fondatore, Bugani ha cominciato a giocare da battitore libero e pochi giorni fa il suo nome è comparso tra i firmatari dell’appello anti Descalzi promosso da Di Battista su Facebook. Ed è stato proprio Bugani, alla fine di gennaio scorso, il primo esponente di peso del partito a nominare scissione in un’intervista al Fatto quotidiano, perché «talvolta un matrimonio può finire».

A guidare il fronte parlamentare dei barricaderi ci sono invece i ministri dell’epoca giallo- verde finiti nel dimenticatoio col cambio di governo: Barbara Lezzi, Giulia Grillo e Danilo Toninelli. Sono loro a giocare di sponda con Dibba in Parlamento nel tentativo di convincere a uscire allo scoperto quell’esercito di scontenti che solitamente limita il proprio dissenso a uno sfogo in chat. Tutti quelli rimasti fuori dalla girandola di promozioni e riconferme ora sentono di non aver più nulla perdere, consapevoli che il destino della legislatura non necessariamente coiciderà con le eventuali disgrazie del governo. Di certo tra gli scontenti sedeva anche il senatore Michele Giarrusso, da mesi “a processo” dei probiviri per le mancate restituzioni. Ieri è stato formalmente espulso dal Movimento. Il suo ultimo atto politico da senatore grillino? Sottoscrivere l’appello/ monito di Di Battista alla classe dirigente M5S sulle nomine in Eni.

Il terromoto Dibba per ora ha creato solo confusione nel Movimento e irritazione negli alleati. Ma arriverà il momento in cui si capira se l’ex deputato fa sul serio. Quando, prima o poi, il Parlamento sarà chiamato a esprimersi formalmente sul Mes. Eventuali defezioni pentastellate equivarrebbero a una sfiducia del presidente del Consiglio. Un po’ come avvenne un anno fa sulla Tav. Fu l’ultimo atto del governo giallo- verde.

 

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