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Patuelli: «Saremo anticiclici e proattivi. È nostro interesse aiutare i professionisti come le imprese»

Il presidente dell’Abi: per far ripartire la crescita in Italia bisogna adeguare le normative, specie fiscali
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Ma al dunque cosa rappresenta e sopratutto cosa comporta il Coronavirus per il mondo del credito? È davvero il Cigno nero che scarnifica un intero comparto? E altrimenti cosa? Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana, spende due termini che, per usare l’immagine della von der Lyen, sono il contrario di uno slogan: piuttosto un manifesto d’intenti. «Viviamo questa emergenza mondiale cercando di non stare “nella coda”. Ci muoviamo cioè seguendo una bussola che ha due obiettivi: essere anticiclici e proattivi».

Tradotto? 

Anticiclici perché la prima sensibilità dell’Associazione è stata verso chi lavora, le banche, e chi in banca ci veniva e ci viene: i clienti. Chi in banca ci lavora deve essere assolutamente protetto da da questo punto di vista voglio ringraziare sia i lavoratori che le rappresentanze sindacali per lo sforzo che viene fatto di operare vicino alla gente in un momento così difficile. Tutelare la salute di lavoratori e clienti è prioritario. Le banche continuano a funzionare per appuntamento per avere una interlocuzione preventiva con i clienti, imprese e famiglie, senza l’obbligo della presenza fisica al fine di limitare i pericoli di contagio. E infatti sono calate le presenze fisiche nelle filiali, non certo il lavoro. Proattivi, perché abbiamo deciso di concordare con le imprese e reso noto già il 7 marzo scorso, di attuare la più ampia moratoria possibile, nel rispetto delle leggi, per la piccola e media impresa. Moratoria concordata con le parti sociali, operativa dal quel momento. Ci siamo cioè mossi ben prima della decretazione d’urgenza varata dal governo. Compreso il cosiddetto Fondo Gasparrini, cioè la moratoria per i mutui per la prima casa».

Presidente, questo riguarda l’emergenza. Ma in queste ore già si parla del “dopo”, su come riavviare l’attività produttiva. In molti chiedono alla banche una immissione di liquidità per sostenere le imprese. Condivide?

Le moratorie di cui parlavo fanno parte di uno sforzo più complessivo: significa dare respiro, liquidità e prospettiva. Poi c’è un discorso più ampio, della nuova liquidità. Meglio chiarirlo subito: noi, in quanto banche, non chiediamo nulla, nessuna provvidenza. Il governo, con il decreto del 17 marzo, ha varato una sperimentazione di garanzie alle imprese e alle famiglie. Per queste ultime, vale l’esempio dell’anticipazione della Cassa integrazione per chi è in difficoltà: anticiclici e proattivi con detto. Per le imprese, il governo ha previsto delle garanzie per avere nuova liquidità dalle banche. Apprezziamo questa linea e auspichiamo che le risorse aumentino, che la quota percentuale sulle singole anticipazioni di liquidità crescano e ci sia una garanzia piena, la cosiddetta “prima chiamata”. Dobbiamo contribuire ad evitare che la crisi sanitaria si allarghi e che sfoci in crisi sociale. Le risorse dello Stato devono andare a chi ne ha bisogno e, per quanto concerne le imprese, favorire il raggiungimento del “merito di credito”.

Cioè la certificazione che sono solvibili, no?

Esattamente. Il merito di credito è imposto dalle normative italiane ed europee. le garanzie dello Stato sono decisive perché consentono alle banche di agire e intervenire con nuova finanza, senza rischi impropri.

Presidente, questo riguarda le imprese, Ma c’è un settore che da decenni è in sofferenza: quello dei professionisti e in generale delle partite Iva, che rischiano di essere annichilite dal Coronavirus. Per loro, che fate?

L’impegno è lo stesso, non ci sono apriorismi o favoritismi, del resto inaccettabili. Nei confronti dei professionisti valgono gli stessi sforzi in atto per il mondo delle imprese. Perché le moratorie riguardano anche loro. E comunque le regole del merito di credito non differenziano categorie professionali. Noi dobbiamo rispondere ad un principio che è codificato ed è anche penalmente perseguibile: nel momento in cui facciamo un prestito, lo dobbiamo fare ad un soggetto, persona fisica o persona giuridica, che offra la garanzia di poterlo restituire. È un vincolo insuperabile. Esistono i consorzi fidi: lo Stato, le Regioni, le Camere di commercio sono impegnati a sostenerli. Le banche sono solo un anello di connessione, non l’unico elemento in campo.

Presidente, possiamo perciò dire che i professionisti non verranno lasciati indietro…

Ma certo. Non abbiano alcun interesse in quel senso: anzi l’opposto. Se vanno bene i nostri clienti, vanno bene anche le banche. Se invece i clienti vanno male, anche le banche soffrono di conseguenza. Però le forme e i vincoli giuridici non possono essere ignorati.

Presidente, proviamo ad allargare questo concetto all’ambito europeo. Se vanno male i Paesi del Sud anche quelli del Nord ne soffrono. E allora perché non si trova un accordo su come procedere? Il patto di Stabilità è stato sospeso, è vero. Ma non basta. La ricetta indicata da Mario Draghi la convince?

È un momento di forti critiche all’Unione europea. Tuttavia io preferisco un momento così, nel quale il dibattito, per usare una espressione galileiana, “si muove”, a quelli di morta gora. La sospensione del patto di Stabilità è una decisione “cosmica”: basta ricordare gli infiniti tira e molla degli anni scorsi per avere un briciolo di allentamento. È vero che la spaccatura c’è. Però parliamoci chiaro: gli equilibri europei sono molto cambiati. Abbiamo vissuto un asse franco-tedesco che ha guidato il vecchio continente ed ha retto fino a poche settimane fa. Adesso – diciamo le cose come stanno – quell’asse è evaporato. La Francia ora guida un fronte riformatore della Ue. La lettera sottoscritta dai Nove Paesi è un fatto rilevantissimo. Bisogna porre in essere non solo misure difensive: quel che davvero serve è un grande piano di crescita. Anzi, come dice Paolo Gentiloni, di rinascita europea. Per realizzarlo, servono risorse ad hoc che possono essere reperite dai vari Fondi europei. Non per distribuire soldi in maniera impari a questo o quello Stato bensì utilizzandole per investimenti di rilancio e per infrastrutture. A questo fine la Ue può anche fare debiti ed emettere titoli, insisto, non per mutualizzare i debiti di questo o quello Stato membro, non per regalare quattrini ma per finanziare lo sforzo di rinascita europea. Se un privato fa dei debiti, non può pensare di scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati. Quel tipo di bond devono servire allo sviluppo. Questa è l’impostazione corretta. Ed è apprezzabile che su questo fronte l’Italia non sia più isolata.

E per l’Italia, presidente? Cosa occorre fare per ricominciare a crescere? 

Per quel che riguarda l’Europa, il debito deve essere in tempi medio-lunghi. Come fu per il prestito Soleri dell’Italia ancora in guerra. Per far crescere l’Italia occorre avere l’uguaglianza dei punti di partenza in fatto di regole. Nella Ue abbiamo normative nazionali difformi. A partire da quelle fiscali. In un mercato aperto – e lo è anche in questa fase di distanziamento: basta un click per fare ordinativi – c’è bisogno di uguaglianza per garantire la giusta competitività. Le imprese italiane non possono essere appesantiti da vincoli differenti dal resto dei paesi europei.

Poi c’è la burocrazia e le lentezze delle decisioni pubbliche. L’elenco è lungo. La contraddizione nella quale abbiamo vissuto è stata di operare in un mercato apertissimo con normative preesistenti e non più adeguate. Non possono essere solo le imprese e le banche competitive. Lo debbono essere anche le normative. È questa la sfida che abbiamo di fronte e che dobbiamo vincere.

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