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Giallo Germania: pochi morti e pochi ricoveri. Ora la stampa tedesca attacca

Il tasso di letalità dichiarato dal Robert Koch Institut è molto più basso della media europea. Ma i media di Berlino non ci credono
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Ormai se lo chiede il mondo intero: qual è il criterio con il quale la Germania conteggia i suoi contagi e le sue vittime? Come mai il tasso di letalità per il coronavirus rimane imperterrito intorno allo 0,4% (ad oggi 146 decessi contro gli oltre 6.800 dell’Italia)? Domande che ormai vengono ripetute sempre piu’ spesso anche a Berlino, a Colonia o Amburgo: con un certo preoccupato stupore si e’ guardato alle ultime cifre fornite dal Robert Koch Institut (Rki), il maggiore centro epidemiologico tedesco, secondo cui stranamente oggi i contagi risultavano cresciuti di 5.000 unità, mentre nei due giorni precedenti erano solo 2.000. E perchè i conteggi forniti dalla Johns-Hopkins University e dalla Zeit on line – che incrocia i dati dello stesso Rki con quelli che via via arrivano dai Laender, anche quelli segnalati sui social network e indicati dagli ospedali – è sistematicamente piu’ gravoso? Oggi, per esempio, c’e’ una differenza di oltre 5.000 casi, con il bilancio attuale intorno alle 37 mila infezioni. Le vittime accertate 186: sono 40 in più.

E’ come se l’autorevole Robert Koch Institut fosse regolarmente in ritardo di diversi giorni, annota tra gli altri lo Spiegel. Il motivo va ricercato nella modalita’ di raccolta dei dati: normalmente l’autorita’ sanitaria locale segnala un caso, lo trasmette agli uffici del Land a cui appartiene, che poi lo trasferisce a sua volta all’Rki, che il giorno seguente produce la sua statistica complessiva a livello nazionale. “Ma questa cosa ormai non funziona piu'”, chiosa il settimanale amburghese. Intanto perche’ i tempi di trasmissione dei dati – ovviamente in continua crescita – per via ‘ufficiale’ vengono ulteriormente rallentati: nel fine settimana, per esempio, non tutte le autorita’ locali avevano inviato i loro dati, con il risultato che domenica scorsa i Koch Institut segnalava un numero minore di contagi del giorno precedente. L’effetto e’ stato che qualcuno gia’ esultava per la “curva decrescente”, compreso lo Spiegel, che ha poi si e’ trovato costretto a rettificare. “Ci sono continui vuoti nelle cifre”, accusa il settimanale amburghese nella sua versione online. “I dati a noi trasmessi in ritardo nella giornata di lunedi’ sono disponibili nella statistica del martedi’”, si giustifica l’istituto.

Circostanza, si fa notare, difficilmente sostenibile di fronte al ritmo di crescita di una pandemia che sta terrorizzando il globo intero. “Dati attendibili sono importanti anche e soprattutto perche’ rappresentano la base su cui si fondano le misure prese per contrastare la diffusione del virus”, aggiunge lo Spiegel. Che si e’ preso la briga di scavare nelle cifre fornite dai singoli Laender: per esempio in Nord-Reno Vestfalia, il focolaio piu’ ampio, la distanza tra i numeri pubblicati dall’Rki e quelli reali e’ notevole. “Nell’area Rhein-Sieg – annota il settimanale – ci sono attualmente 300 casi confermati. Nella statistica pubblicata dal Koch Institut ne risultano solo 51”. Secco il commento dei portavoce dell’Rki: “Possiamo mettere a disposizione solo dati che ci vengono trasmessi”. Non vale lo stesso per Johns-Hopkins e la Zeit. Che parlano attualmente di oltre 37 mila contagi. E poi c’e’ ovviamente il grande tema della bassa, anzi bassissima, mortalita’, che suscita domande sempre piu’ rumorose anche in Germania.

“Abbiamo relativamente poche vittime anche perche’ sin dall’inizio abbiamo fatto eseguito molti tamponi”, ha dichiarato stamattina il presidente del Robert Koch Institut, Lothar Wieler. Il quale comunque ribadisce che “siamo solo all’inizio dell’epidemia: ovviamente il numero dei casi di decesso aumentera’. Ma ancora e’ del tutto da vedere come i virus si sviluppera’”. La verita’ e’ che “ne sappiamo ancora troppo poco”, come confessa un esperto dell’Oms, Richard Pebody, che parla di “dati ancora misteriosi”. E’ difficile confrontare le situazioni di Paesi diversi, dove ci sono situazioni diverse sia in termini demografici che di tenuta dei sistemi sanitari. Secondo Pebody, che e’ citato dalla Welt, “in Paesi come l’Italia e la Spagna probabilmente l’epidemia e’ ad uno stadio piu’ avanzato che in Germania, ossia il contagio e’ iniziato prima, quando si diffondeva nella popolazione senza che essere ancora riconosciuto”.

Tuttavia, la maggior parte degli esperti concordano che ad incidere sia soprattutto l’eta’ degli ammalati: tra i contagiati “comprovati” – ossia a cui si e’ potuto fare i tamponi – e’ evidente che l’eta’ media e’ piu’ alta in Italia che in Germania, 63 anni contro 45, come reso noto via Twitter dal demografo tedesco Andreas Backhaus. E’ un dato che salta agli occhi anche nel confronto tra il nostro Paese e la Corea del Sud, dove solo il 9% delle persone con l’infezione da Coronavirus aveva piu’ di 70 anni, contro il 40% degli ultrasettantenni registrati in Italia. Proporzioni che cambiano di poco nella statistica del Koch Institut: calcolando i contagiati dai 60 anni in su, si tratta del 19% in Germania, la stragrande maggioranza aveva tra i 35 e i 59 anni.

C’e’ poi l’aspetto sociale da considerare: in Cina l’80% dei contagi si e’ avuto all’interno delle famiglie, soprattutto quelle numerose. Anche l’Italia, come si sa, e’ caratterizzata da un’organizzazione familiare “stretta”. In Germania, la percentuale delle persone adulte che vivono con i genitori sono la meta’ di quelli che rimangono in famiglia in Italia. Ovvia la conseguenza: figli e nipoti, poco sintomatici o asintomatici, che contagiano genitori e nonni. Quest’ultimi soprattutto, molto piu’ a rischio. Infine, il tema tamponi: sia le autorita’ sanitarie tedesche che quelle dell’Oms chiamano in causa le rilevazioni a tappeto fatti in Germania, “dove c’e’ una strategia nel realizzare i test sul Covid-19 molto aggressiva”, dice il coordinatore per l’emergenza dell’Oms, Michael Ryan. Ossia: si individuano prima le persone asintomatiche oppure con sintomi lievi, pertanto la diffusione presso i soggetti a rischio sarebbe piu’ contenuto. E poi in certi Paesi, dice di nuovo Pebody, si fanno anche i tamponi post-mortem, in altri no, e anche questo cambia le statistiche: ovvero, forse non tutti i morti da coronavirus sono stati individuati. Ultimo argomento, quello della tenuta dei rispettivi sistemi sanitari. Piu’ si diffonde la pandemia, piu’ le strutture sono sovraccariche, piu’ e’ difficile eseguire i test anti-Covid-19. Dice Michael Ryan: “Se gli ospedali sono travolti dal numero dei pazienti ricoverati, e’ evidente che le possibilita’ di offrire una cura adeguata si riducono”. E’ la Welt a fare due conti a questo proposito: “L’Italia, a fronte di 60 milioni di abitanti, prima della crisi aveva 5000 posti in terapia intensiva. La Gran Bretagna, con circa 66 milioni di abitanti, ne ha 4100. La Germania, con circa 80 milioni di abitanti, ha 28 mila posti in terapia intensiva. Un numero che, su decisione del governo di Angela Merkel, verra’ ora raddoppiato.

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