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Boris Johnson, stessa linea dei suoi antenati: sulla peste niente quarantena, fin dal ’ 500

Nel porto di Livorno regole strette per limitare I contagi, ma gli inglesi si rifiutavano e minacciarono di interrompere gli scambi
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Per chi si interroga sulle ragioni della posizione assunta da Boris Johnson in relazione alla pandemia del coronavirus, può risultate utile la lettura di un volumetto del 1992 di poco più di cento pagine scritto da Carlo M. Cipolla, uno dei maggiori storici italiani da sempre, pubblicato dal Mulino e riedito nel 2012: Il burocrate e il marinaio. Il libro dà conto di una geniale ricerca sviluppata nell’archivio del porto di Livorno e concernente le dispute che hanno contrapposto nel corso dei secoli due personaggi indicati collettivamente nel titolo ossia i Magistrati della Sanità del porto di Livorno e i comandanti delle navi inglesi che vi si recavano per sbarcare le loro merci e caricarne di nuove. La storia dei lazzaretti livornesi comincia quasi contemporaneamente alla sua fondazione da parte del Granduca di Toscana. Nel 1580 si provvede alla costruzione di un primo edificio e già nel 1643 si gettavano le fondamenta di un terzo, a seguito del tumultuoso sviluppo delle attività portuali della città nata da pochi decenni e delle preoccupazioni che la diffusione della pestilenza attraverso gli scambi di uomini e merci suscitava.

La parte più interessante del libro, per quello che ci riguarda oggi, è il terzo capitolo, intitolato “Due opposte culture”. In esso Cipolla descrive la diversità di atteggiamenti italiani e inglesi nei confronti delle attenzioni da osservarsi contro l’allargamento del contagio. Scopriamo così che “prima del 1518, l’Inghilterra non conosceva precauzioni nei riguardi della peste. A paragone dell’Italia e della Francia, l’Inghilterra era a questo riguardo un paese più che mai arretrato”. Solo verso la fine del 1577 viene pubblicato un complesso di regole per evitare il contagio, raccolte sotto la dizione di “plague orders”, che rimangono invariate per quasi un secolo, fino a un rimaneggiamento del 1666, in occasione di una pestilenza di particolare violenza.

Il suggerimento, pure avanzato, di nominate un magistrato con poteri assoluti per organizzare le misure sanitarie, sull’esempio italiano, non venne mai accolto. Quando scoppiò la peste in Olanda, nel 1663, l’amministrazione di Londra fece una ricerca per venire a conoscenza dei provvedimenti presi nel passato in casi analoghi per arrivare a scoprire che negli archivi della città non c’era traccia di interventi del genere. Le testimonianze inglesi relative alla lotta al contagio sono sconcertanti. Agli inizi del Seicento Moryson, un viaggiatore, esprime stupore nello constatare che «gli Italiani stanno molto attenti onde evitare l’infezione» e che a «in ogni città hanno Magistrati di Sanità». Nel XVIII secolo un medico, George Pye, sostiene che davvero «la peste può distruggere un centinaio di migliaia di persone, ma la perdita del traffico può affamare la gente e distruggere dieci volte centomila persone». Nel 1865 Sir John Simon scrive che «la quarantena è inefficace e rappresenta null’altro che un irrazionale sconvolgimento del commercio». Alle conferenze internazionali sanitarie della seconda metà dell’ottocento “le delegazioni inglesi si dimostravano scettiche sull’efficacia delle quarantene e sostanzialmente preoccupate soprattutto di non intralciare il commercio con tante pastoie”.

Verso la fine del 1663 ci fu una crisi. «Il re d’Inghilterra era deciso a farla finita con la faccenda della “pratica” nel porto di Livorno: o la Sanità la smetteva (…) o il re avrebbe ordinato alle sue navi di disertare il porto di Livorno». L’improvvisa comparsa della peste a Londra indebolì le posizione inglesi e rese più determinati ancora i funzionari toscani.

Questi ultimi conoscevano l’insofferenza britannica nei confronti di quelle che consideravano pastoie burocratiche. Scrivono che gli inglesi «mal volentieri si accomodano agli ordini e riguardi di Sanità» e comunque con loro «è bene andare circospetti, massime che in quei paesi non sogliono essere mai del tutto netti». Neppure sui documenti che esibiscono si deve far conto: «Sappino cotesti illustrissimi Signori che delle patenti nette d’Inghilterra et Olanda non se ne fa alcun capitale». Insomma, traduce Cipolla, «le consideravano carta straccia». Boris Johnson non inventa niente. Si mantiene nella tradizione, con la speranza, o più probabilmente l’illusione, che tutto vada a finire come andò la volta scorsa, due secoli orsono, quando marinai molto simili a pirati conquistarono per un secolo al Regno Unito il dominio sui mari e quindi sul mondo intero.

Acqua passata.

 

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