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De Vito: “Serviva più coraggio sull’estensione dei domiciliari”

Intervista a Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica e magistrato di Sorveglianza a Sassari
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Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica e magistrato di Sorveglianza a Sassari, conosce molto bene il mondo del carcere e con grande sensibilità costituzionale affronta quotidianamente le criticità che lo contraddistinguono.

Dottor De Vito cosa ne pensa del provvedimento, contenuto nel decreto ‘ Cura Italia’( nel momento in cui scriviamo ancora non pubblicato in Gazzetta Ufficiale), che mira a contrastare l’emergenza sanitaria in carcere?

Si tratta di un primo passo, ma solo di un primo passo, nella direzione giusta. Il vantaggio di questa detenzione domiciliare speciale è unicamente nella snellezza e celerità del procedimento. Le aree educative, gli uffici esecuzione esterna e i magistrati non saranno impegnati in istruttorie estenuanti, che correrebbero il rischio di ottenere risultati di deflazione della popolazione carceraria in ritardo rispetto al periodo emergenziale. Mi sarei aspettato un po’ più di coraggio sul versante dell’estensione temporale della misura – sino a diciotto mesi di pena residua mi sembra poco, sarebbe importante poter arrivare a due o tre anni – e rimango perplesso sull’utilizzo dei braccialetti, che forse potrebbero meglio essere impiegati per i detenuti in attesa di giudizio. Ripeto, si tratta solo di un primo passo e il senso più importante di questo intervento normativo è che finalmente la politica ha acceso i riflettori sul carcere, sinora rimosso dall’agenda.

Il capo del Dap Basentini in una intervista su In-Terris sulle rivolte in carcere: ‘ L’occasione è stata utile per far emergere una serie di carenze e una voglia di libertà dei detenuti’.

Non penso sia importante commentare dichiarazioni che, senza dubbio, sono state rilasciate in un momento di grande tensione. Piuttosto credo che, una volta terminata l’emergenza, sarà importante interrogarsi tutti – Amministrazione, Polizia Penitenziaria, operatori, magistratura – sul concetto di carenze del carcere. Abbiamo tutti le stesse idee in proposito e, soprattutto, le stesse ricette per risolvere le questioni sul tappeto? Faccio un esempio: la tutela della salute dei detenuti è uno dei grandi problemi del penitenziario italiano. Lo era prima e lo è di più oggi. Sento con insistenza invocare un ritorno alla sanità gestita dall’amministrazione penitenziaria, ma credo che la soluzione sia diversa e passi attraverso una miglior coinvolgimento del sistema sanitario nazionale, con più spesa e risorse per il carcere. Ecco spero che questa emergenza possa almeno far capire due cose importanti. La prima è che spendere nella tutela della salute dei detenuti significa spendere per curare meglio tutta la società. Ai tempi del contagio, questa affermazione dovrebbe essere di immediata comprensione, perché il virus che entra in carcere riesce moltiplicato nella società. La seconda è che la situazione emergenziale non deve diventare il viatico per ribaltare paradigmi culturali ormai acquisiti. L’affidamento della tutela della salute dei detenuti al servizio sanitario nazionale aveva le sue ragioni nell’uguaglianza tra cittadini, liberi e reclusioni, in relazioni a un diritto fondamentale, che non può sopportare cedimenti a esigenze di custodia.

Secondo lei quali sono state le cause delle rivolte? Sono state eterodirette dalla criminalità organizzata?

Non so dire se in alcuni casi vi sia stata eterodirezione dei facinorosi da parte della criminalità organizzata e se sul punto vi siano indagini. Da quello che abbiamo potuto apprendere le rivolte hanno avuto cause diverse. Le ragioni immediate sono da rinvenirsi, come ha puntualmente osservato l’autorità del Garante Nazionale, in un errore di comunicazione circa il blocco dei colloqui visivi. Si è poi visto che a livello normativo la chiusura dei colloqui è stata compensata da grande estensione delle telefonate e dei colloqui video. In questo senso mi consta che l’amministrazione stia facendo grandi sforzi per garantire quelle forme di comunicazione che, ormai, sono le uniche consentite anche nel mondo dei liberi. Vi è poi la paura del contagio. Dobbiamo pensare che il carcere è un ambiente dove non sono consentite distanze di sicurezza, la promiscuità è una condizione non reversibile e prevenzione e cura sono difficili. Non si può fare a meno di pensare che il processo riformatore, iniziato con gli Stati Generali, si è arenato ed è stata partorita una riforma monca. Se il lavoro della Commissione Giostra fosse andato in porto, forse staremmo commentando una situazione diversa. Tutto ciò, naturalmente, non giustifica la violenza. E vale ancora l’appello ai detenuti: proposte e critiche nonviolente ben vengano, ma isolate i violenti.

A causa di queste rivolte l’immagine del carcere nella opinione pubblica è davvero compromessa.

L’opinione pubblica deve sapere che a fronte di una minoranza rumorosa di rivoltosi, la gran parte dei detenuti è rimasta nei reparti e ha dimostrato senso di responsabilità. Le vicende di alcuni istituti, penso a Bologna ad esempio, hanno chiaramente dimostrato che i detenuti assistiti da più trattamenti ( scuola, sport, attività rieducative in senso lato) hanno disertato le rivolte e hanno mostrato lealtà. Questo la dovrebbe dire lunga su come funziona il carcere. Non sono chiusura e custodia a garantire la disciplina ( termine infido, ma rende), ma il trattamento e i diritti. Sono questi gli elementi che favoriscono processi di responsabilizzazione immediatamente verificabili.

Con questa maggioranza in Parlamento è difficile pensare ad un provvedimento di amnistia.

I provvedimenti di clemenza collettivi, amnistia e indulto, sono diventati più difficili da quando, nel 1992, è stato modificato l’art. 79 Cost. A ciò si aggiungano sistemi elettorali che hanno impedito alle assemblee parlamentari di essere le vere protagoniste della produzione legislativa. Sono d’accordo, tuttavia, che siano provvedimenti di cui recuperare l’agibilità. Occorre poterli usare, anche in situazioni emergenziali, per far in modo che la pena reale risponda a quella scritta in Costituzione: umanità, dignità, rieducazione. In questo senso il dibattito politico e culturale, lanciato da autorevoli costituzionalisti, deve essere ripreso.

Vuole aggiungere qualcosa?

Vorrei lanciare con forza un messaggio per tranquillizzare i detenuti. Tutti i soggetti che ruotano attorno al carcere stanno affrontando l’emergenza. Nessuna inerzia. I numeri della popolazione detenuta si stanno già abbassando con il lavoro fatto a normativa invariata. Anche le aree sanitarie si stanno attrezzando. Contiamo sui provvedimenti normativi in arrivo e, se ci sarà bisogno, non faremo mancare la nostra voce.

 

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