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Il Quirinale ignorato sui decreti sicurezza

Mattarella aveva chiesto modifiche sulle multe sproporzionate alle Ong. Da 6 mesi tutto tace
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Dall’8 agosto 2019 i rilievi di Sergio Mattarella ai decreti voluti da Matteo Salvini in nome della “sicurezza” sono rimasti lettera morta. Tutte le forze di governo, CinqueStelle compresi per ripetute dichiarazioni di Luigi Di Maio, hanno asserito di voler dare pronto seguito, ma quasi 6 mesi a quanto pare non son bastati per passare dalle parole ai fatti.

Cosa aveva messo per iscritto il presidente della Repubblica promulgando quella legge? Che andava perlomeno corretta, e perlomeno in due punti. Là dove innalza in maniera abnorme le “multe” per le Ong che salvino migranti in mare (e la ministra dell’Interno Lamorgese si trova in questi giorni con la grana di un comandante tedesco che si è visto recapitare una cartella da 300mila euro per aver tratto in salvo 104 persone). E là dove lede anche i diritti degli italiani, estendendo oltre misura, attraverso la cancellazione delle attenuanti, il reato di resistenza a pubblico ufficiale, categoria che comprende pure chi controlla i biglietti sugli autobus ma non – assurdamente- i magistrati.

E diciamo “perlomeno” perché Mattarella ha messo per iscritto di non poter entrare “nel merito della valutazione della norma”, ma anche che per l’Italia resta l’ovvio obbligo (di legge) di salvare vite umane.

Sei mesi dopo, quei richiami che arrivarono solo pochi giorni prima del ferragostano precipizio aperto da Salvini e nel quale precipitò il Conte uno, son rimasti lettera morta. Si sarebbero invece dovuti e potuti attuare subito, non limitandosi a proclamare – come ha fatto pure Conte diventato 2 – di volerlo fare.

Adesso siamo alla verifica di maggioranza, dalla quale nelle intenzioni dovrebbe partire una nuova fase propulsiva dell’azione di governo: pare durerà alcune settimane, e naturalmente già di per sé questo non è un buon segno. Né può esser preso come un viatico l’idea, lanciata mercoledì scorso in Parlamento dalla componente renziana, di congelare per un annetto (o due) il confronto sulla prescrizione. Non vorremmo che il metodo, spingere la polvere sotto il bordo del tappeto sperando che poi col tempo non tracimi, finisse per riguardare anche un tema, cruciale dal punto di vista del profilo politico e in particolare della riserva valoriale che deve connotare la politica di governo quanto quello della prescrizione, quale è appunto quello che riguarda i decreti sicurezza.

I decreti che sull’autobus come in tv non a caso li si chiama decreti-Salvini: sono il simbolo della discontinuità tra il Conte uno e il Conte due, perché erano provvedimenti insensati ma imposti al Paese da chi li ha usati per affermare il proprio profilo come preminente nell’azione di governo, l’ex ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini appunto.

Che si debba riportare l’Italia nell’alveo del rispetto delle normative internazionali e del diritto umanitario (che è legge pure quello), dopo i richiami di Mattarella lo ripetono tutti gli esponenti del Pd, a partire da Nicola Zingaretti che ha pure notato come il tema sia già nel programma di governo, mentre i Cinquestelle tacciono. Il generico pensiero in materia del “reggente politico” Crimi purtroppo lo si conosce, mentre di Di Maio son ben noti gli atti: da responsabile della Farnesina ha fatto scadere i termini entro i quali l’Italia avrebbe potuto disdettare il patto con la Libia in base al quale la Guardia costiera di Tripoli – infiltrata di trafficanti di uomini – riporta i migranti in quelli che oggi sappiamo essere – grazie alla certificazione Onu, sulla scia di inchieste giornalistiche e denunce delle organizzazioni umanitarie veri e propri lager.

Disdettare quell’accordo, che ha rivelato i propri vergognosi effetti, e non modificarlo come proponeva la ministra Lamorgese, affidando i centri di detenzione libici all’Onu. Una proposta che se attuata avrebbe permesso al governo – e a Di Maio – di salvarsi l’anima. E all’Italia di rientrare nell’alveo dei paesi civili.

E mentre la magistratura applica le leggi con l’autonomia che le è propria, facendo valere le norme di rango superiore (è recente la sentenza della Cassazione per la quale la comandante Carola Rackete non avrebbe dovuto essere arrestata, in base ai recenti decreti, perché salvare vite umane è interesse prioritario, e un obbligo per chi va per mare), resta nel cassetto anche un altro piano della ministra dell’Interno Lamorgese, quello per un pieno superamento proprio di quei decreti-Salvini.

È vero che intanto si è aperta la discussione, nel governo, per regolarizzare i migranti che sono già in Italia, che magari hanno già un lavoro e pagano pure le tasse ma che ai sensi della legge Bossi-Fini sono “immigrati clandestini”. Ma il tempo per il cambiamento di passo si è ormai fatto breve, anzi brevissimo. Sicuri che a Conte, gran mediatore della non-coalizione, e soprattutto a Zingaretti la cui leadership s’è appena rafforzata con il risultato in Emilia-Romagna, convenga assecondare le paturnie e l’agonia politica che di fatto affligge i 5S?

E se per mettere a punto un superamento radicale dei decreti-Salvini, cancellandone anche l’impronta feroce, son proprio necessarie quelle annunciate tre settimane di “verifica”, non sarebbe il caso di accogliere intanto quei rilievi del Capo dello Stato, e farlo al più presto, nel più vicino Consiglio dei ministri?

Perché di buoni propositi è lastricata la via del mai, genere ius soli. E perché lasciare a Di Maio, al tavolo della “verifica”, l’argomento “accogliere i rilievi di Mattarella sí, cancellare i decreti-Salvini no”, proprio non sembrerebbe una buona tattica. Né per il Pd, né per l’Italia, alla quale il salvinismo ha cercato di cambiare i connotati. “L’Italia vera – ha scandito Mattarella nel discorso agli italiani per la fine dell’anno – è una sola: quella del civismo, della solidarietà, del dovere, dell’altruismo”. E il futuro, ha ripetuto nel discorso alle Alte Cariche, non è domani: è oggi.

 

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