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Gli avvocati francesi in prima linea contro la riforma Macron

Adesioni altissime allo sciopero dei difensori per difendere il reddito e la pensione. Il 3 febraio manifestazione nazionale a Parigi
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Al tribunale di Bobigny nel popoloso dipartimento della Seine Saint Denis  (banlieue parigina), uno dei più poveri e popolosi del Paese, lo sciopero degli avvocati dello scorso 21 gennaio ha raggiunto la vertiginosa percentuale del 95% di adesioni.

Una scelta complicata, «anche dal punto di vista etico», spiega Frédéric Gabet, presidente dell’Ordine di Saint Denis. «Ci occupiamo di questioni vitali e far slittare le udienze può danneggiare seriamente molti clienti, in particolare gli stranieri a rischio rimpatrio, ma siamo una professione liberale e spetta a ciascuno prendere delle decisioni in piena coscienza».

L’ostilità dell’avvocatura francese alla riforma del sistema pensionistico voluta dal presidente Macron è stata chiara fin dall’inizio.  Al punto che assieme ai ferrotranvieri e agli insegnanti i legali rappresentano ormai l’avanguardia del vasto movimento di contestazione che da mesi incalza il governo.

«È vero, stiamo portando avanti una lotta durissima, ma non abbiamo scelta, o ci impegniamo adesso o saremo costretti a crepare dopo», tuona l’avvocata Myriam Baghouli ai microfoni di France 24.

La scorsa settimana gli scioperanti hanno simbolicamente gettato le toghe davanti le entrate dei tribunali, e davanti il ministero della Giustizia, mentre a Parigi ci sono stati momenti di alta tensione ed tafferugli con la polizia in un sit- in organizzato davanti la Corte di Cassazione.

D’altro canto la riforma Macron, che abolisce i regimi speciali equiparando tutte le pensioni in un unico regime, rappresenta un vero e proprio uragano per la professione forense.

Ecco i passaggi salienti: fino a oggi la pensione minima di un avvocato transalpino è di 1400 euro netti che passerebbero a 1000, quasi un terzo dell’importo. Allo stesso la tassazione per la professione verrebbe addirittura raddoppiata, passando dal 12 al 24%.

Una perdita brutale del potere d’acquisto per una professione che solo la vulgata giornalistica più sciatta associa a chissà quali privilegi ma che, soprattutto tra le generazioni più giovani, è esposta ai venti della precarietà.

Come dire: lo sciopero andrà avanti almeno fino al 29 gennaio, in attesa della grande manifestazione nazionale del prossimo 3 febbraio.

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