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Diseguaglianze, in nervo scoperto della sinistra distratta

È la conseguenza della incapacità di entrare nel cuore del successo delle destre e del sovranismo: la commistione di paura e desiderio di chiusura
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Fa impressione lo iato tra il dibattito politico italiano stregato dal contingente, ossessionato dai sondaggi, soffocato dal tatticismo – e quelle che dovrebbero essere le vere emergenze nazionali, come la lotta alle disuguaglianze. L’altro ieri l’ennesima dimostrazione. Disuguaglianze, il vero nervo scoperto della sinistra del terzo millennio

Fa impressione vedere lo iato tra il dibattito politico italiano – stregato dal contingente, ossessionato dai sondaggi, soffocato dal tatticismo – e quelle che dovrebbero essere le vere emergenze nazionali. L’altro ieri l’ennesima dimostrazione: non c’è stato capo partito, esponente di maggioranza o opposizione che non abbia sentito la necessità di dichiarare sul caso Salvini- Gregoretti e sul voto della Giunta per le elezioni e le immunità del Senato sulla richiesta di processo per sequestro di persona a carico del leader della Lega avanzata dal tribunale dei ministri di Catania.

Quegli stessi capi di partito e politici che, con qualche eccezione, si sono ben guardarti dal commentare la fotografia dell’Italia – e del mondo – che Oxfam ci ha consegnato anche quest’anno alla vigilia dell’avvio dei lavori di Davos. Ne è emerso un Paese profondamente segnato dalle diseguaglianze e, in particolare, dalle diseguaglianze di genere. I dati: il 10% più ricco degli italiani detiene oltre sei volte la ricchezza del 50% più povero; la quota di ricchezza dell’ 1% più ricco dei nostri concittadini supera quella del 70% più povero; gli uomini possiedono il 50% di ricchezza in più rispetto alle donne; la percentuale delle donne italiane che non hanno mai lavorato per prendersi cura dei figli ( 11%) è oltre il triplo di quella europea.

Numeri impressionanti, numeri che dovrebbero stimolare una reazione della politica, la comprensione che ci troviamo davanti a un dramma sociale. Sarebbe stata l’occasione per le forze di governo – e in particolare per quelle di sinistra come Pd e LeU – di scegliere, dopo anni sulla difensiva, un terreno di confronto politico nuovo e, in teoria, più adatto al proprio dna. In fondo, lo scontro sul caso Gregoretti è banalmente lo specchio di un timore della maggioranza – rimettere al centro del dibattito il tema migranti sul quale Salvini è decisamente più forte e attorno al quale ha costruito il suo successo politico – e una fragilità dei giallorossi – non avere una linea chiara e unitaria sulla gestione dei flussi, come dimostra l’incapacità di modificare i decreti sicurezza nonostante le indicazioni del Quirinale.

I dati Oxfam davano l’opportunità, almeno per un giorno o per qualche ora, di cambiare l’agenda setting della politica, di sfilarla dalla sapiente dettatura di Matteo Salvini e della sua squadra di comunicazione. Così non è stato. Il Partito democratico e quella galassia di sigle e partiti che si ritrova sotto l’etichetta di LeU non hanno avuto la forza, il coraggio e la determinazione per ribaltare la narrazione e imporre il proprio trend topic. Per miopia, innanzitutto. Ma anche per l’incapacità di entrare nel cuore vivo del successo delle destre e del sovranismo: quella commistione di paura e desiderio di chiusura che è il risultato di un decennio di crisi economica, che ha ampliato le diseguaglianze sociali, destabilizzato i sogni e le certezze di una generazione, impoverito e schiacciato il ceto medio.

E, infine, per non guardare dentro il fallimento di una certa sinistra, che, nella migliore delle ipotesi, non ha saputo offrire un’alternativa praticabile al liberismo o, addirittura, lo ha accompagnato, sposandone i capisaldi. A metà novembre, mesi prima del conclave nel reatino, Andrea Orlando aveva invitato il Partito democratico a interrogarsi sui guasti della Terza Via perché, aveva detto il vicesegretario dem, «alcune idee alla base delle scelte di quegli anni sono rimaste. E hanno prodotto disuguaglianze e paure. È il momento – aveva concluso – di rimettere al centro il bisogno di cambiare la forma del capitalismo». Poteva essere l’avvio di una riflessione profonda, autocritica, capace di portare il Pd – e con i democratici tutto il centrosinistra – oltre lo stallo attuale, verso lidi in parte noti e in parte tutti da esplorare.

Un tema che, tuttavia, è sparito dal confronto della scorsa settimana nell’abbazia di Contigliano. Un dibattito interno certamente interessante, utile e proficuo, ma col passo breve, lo sguardo al governo di oggi e con poco slancio verso il futuro. Ma se Zingaretti vuole far nascere dal prossimo congresso del Pd non l’ennesimo nuovo partito, ma, come ha auspicato con tanto di citazione togliattiana, un “partito nuovo” deve avere la forza di riaprire la discussione avviata da Orlando e intraprendere un viaggio inevitabilmente lungo, ma che resta il solo possibile per battere culturalmente prima e politicamente poi il sovranismo salviniano.

 

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