Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Goliarda Sapienza scelse la cella per fuggire all’ergastolo metropolitano

Ritratto della scrittrice
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Attrice, poetessa e scrittrice politica, speculativa, struggente, visionaria e difficilmente etichettabile. Parliamo di Goliarda Sapienza e sembra già un nome d’arte. Quando nasce a Catania nel 1924, la madre ha già cinquant’anni, ed entrambi i genitori vedovi, lei con sette figli, lui con tre, si sono uniti ‘ liberamente’. Il padre Giuseppe, avvocato, è tra i principali animatori del socialismo siciliano ( il quale soleva dire che era «meglio un colpevole libero di un innocente in carcere» ), la madre, Maria Giudice, figura storica della sinistra italiana, è la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino.

Goliarda viene fatta studiare in casa perché il padre vuole evitarle la scuola fascista. Grazie ad una borsa di studio, a sedici anni, frequenta a Roma l’Accademia d’Arte Drammatica e, per alcuni anni, interpreta con successo in teatro ruoli pirandelliani. Si lega al regista Citto Maselli, e recita in vari film, diretta da registi come Blasetti e Visconti. Si dedica poi completamente alla scrittura e pubblica vari libri, tra cui ‘ Lettera aperta’ ( 1986), ‘ Le certezze del dubbio’ ( 1987) e ‘ L’università di Rebibbia’ ( 1983). Quello più importante, cui dedica nove anni di vita, dal 1967 al 1976, riducendosi in povertà, tanto da finire in carcere, è ‘ L’arte della gioia’ dove affrontò argomenti ritenuti fastidiosi come la libertà sessuale, la politica, la famiglia e la storia. Per questo il libro ricevette una serie di rifiuti da parte degli editori italiani e venne pubblicato postumo nel 2000, riscuotendo inizialmente indifferenza, poi enorme successo di critica.

Il carcere è uno «sconosciuto pianeta che pure gira in un’orbita vicinissima alla nostra città. Di questo pianeta tutti pensano di sapere tutto esattamente come la Luna senza esserci mai stati. Perché chi ha avuto la ventura di andarci, appena fuori si vergogna e ne tace o, chi non se ne vergogna s’ostina a considerarla una sventura da dimenticare». Sono queste le parole di Goliarda Sapienza che ci introducono nella città penitenziaria vista dai suoi occhi e raccontata nel suo libro “L’università di Rebibbia”. Un punto di vista a cui non si è abituati perché mostra il mondo del penitenziario come una salvezza per quello che la scrittrice chiama “ergastolo della metropoli”. Con questa lunga descrizione, infatti, la scrittrice prende le distanze dalla società che l’aveva messa all’indice e reclusa; «sono da così poco sfuggita all’immensa colonia penale che vige fuori, ergastolo sociale distribuito nelle rigide sezioni delle professioni, del ceto, dell’età, che questo improvviso poter essere insieme – cittadine di tutti gli stati sociali, cultura, nazionalità – non può non apparirmi una libertà pazzesca, impensata».

Pare che Goliarda avesse commesso un reato proprio per finire in carcere. D’altronde proprio la madre – che aveva fatto la storia politica femminile dell’Italia, all’inizio del ‘ 900 – finì in carcere per causa politica: era solita dire che se nella vita non si conosceva l’esperienza carceraria o il manicomio non si poteva dire di aver vissuto realmente. Si presume, quindi, che Goliarda abbai voluto seguire questo insegnamento. Resta il fatto oggettivo che il reato lo aveva compiuto anche per necessità, visto che era arrivata al punto di non riuscire più a pagare l’affitto. Nel capo d’accusa per ricettazione aggravata di preziosi, falsificazione di documenti e sostituzione di persona non ci fu però nulla di romantico. Goliarda Sapienza aveva 55 anni quando fu portata a Rebibbia, con alle spalle un vissuto già consolidato eppure, nel microcosmo carcerario, tutto le appare nuovo; sentimenti, persone, oggetti. Da nove anni a questa parte, esiste il “Premio Goliarda Sapienza”, non a caso un concorso letterario rivolto alle persone detenute, con il coinvolgimento diretto di grandi scrittori e artisti nelle vesti di tutor.

Goliarda morirà a Gaeta il 30 agosto del 1996. Sulla sua lapide, c’è una sua poesia, un testamento, un’eruzione vulcanica: Non sapevo che il buio non è nero che il giorno non è bianco che la luce acceca e il fermarsi è correre ancora di più.

 

Ultime News

Articoli Correlati