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Quell’irrefrenabile bisogno di costruire il nemico. Catarsi o propaganda?

IL CASO PIÙ FAMOSO È L'AFFARE DREYFUS, L’UFFICIALE DELL’ESERCITO EBREO ACCUSATO INGIUSTAMENTE DI SPIONAGGIO E ALTO TRADIMENTO
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E se questa cupa processione di forche, questa esultanza scomposta per un brillìo di manette, questo sangue che scorre sotto l’applauso ammorbante del “popolo”, questo tutti contro uno ( o contro pochi) non fosse altro che un rito catartico, un esorcismo collettivo per placare gli istinti violenti della comunità?

Il giustizialismo non è soltanto una cultura propagandata e codificata dall’alto, non è solo cinica manutenzione degli spiriti indignati da parte delle élites o dei tribuni della plebe, ma anche una forza primordiale che viene dal basso e che risponde a una precisa condizione psicologica, qualcosa che attiene alle pulsioni profonde degli esseri umani e alla loro vita collettiva. Individuare una vittima all’interno di un gruppo ( popolo, etnia, scuola, squadra, famiglia, setta) per poi spingerla ai margini di quel gruppo permette di convogliare la violenza endemica verso un obiettivo esterno, che sia esso un individuo o una minoranza di individui, un politico corrotto o un immigrato clandestino. E non importa se siano colpevoli o innocenti, poiché la logica tribale del sacrificio è estranea alle precisioni e alle sottigliezze del diritto. La maggioranza ha bisogno di emettere una condanna per mondare se stessa da ogni colpa: è lo schema classico del capro espiatorio.

Nelle società moderne la costruzione del capro espiatorio avviene nell’intreccio malsano tra la propaganda dei governi e i pregiudizi popolari, tra manipolazione ideologica e credenze striscianti.

Il caso più famoso è l’Affare Dreyfus, l’ebreo alsaziano ufficiale dell’esercito accusato ingiustamente di spionaggio e alto tradimento che ha rappresentato per la società francese di fine Ottocento il colpevole ideale; per dirla con le parole di Georges Clemenceau «Dreyfus è il capro espiatorio del giudaismo sul quale convergono e si accumulano tutti i presunti crimini precedentemente commessi dagli ebrei».

Ebrei traditori, zingari, omosessuali, kulaki, minoranze etniche, oppositori politici, ma anche sovrani decaduti, banchieri, massoni, re Mida globali, kasta, ciò che caratterizza il capro espiatorio sono le sue qualità estreme; estrema povertà, estrema ricchezza, estrema bellezza o bruttezza, estrema distanza o vicinanza dal gruppo che lo respinge o lo scaccia via.

Come fa notare l’antropologo e filosofo francese Réné Girard autore del celebre Le bouc émissaire ( 1982), probabilmente lo studio più approfondito sul concetto di capro espiatorio, «il rito sacrificale non è altro che la replica del primo linciaggio spontaneo che riporta l’ordine all’interno di una collettività. Attorno alla vittima sacrificata la comunità trova pace, producendo una specie di solidarietà nel crimine».

Il sacrificio è dunque violenza legalizzata e funzionale all’equilibrio sociale del gruppo, in particolare nei momenti di crisi ( carestie, guerre, epidemie, conflitti sociali). Nella Bibbia ( Levitico) il capro sacrificato deve placare l’ira di Dio, è un animale scelto a sorte su cui però converge il biasimo di tutta la comunità, in realtà, sottolinea Girard, la bestia viene uccisa affinché tutti possano mondarsi dei propri peccati e non per paura di una reale ritorsione divina. L’aspetto religioso non è altro che il contenitore simbolico, l’involucro di un’espiazione tutta umana. Un tratto talmente interiorizzato e trasmesso nel corso della storia che spesso chi viene colpito dalla vendetta del gruppo accetta docilmente il suo destino senza ribellarsi, giocando il ruolo di vittima consenziente. Le tecniche di manipolazione, la semplice prostrazione degli individui nei confronti del potere inquisitorio, la sproporzione di mezzi tra accusa e difesa rendono tutti noi dei potenziali Benjamin Malaussène, il surreale personaggio inventato dallo scrittore Daniel Pennac, direttore tecnico di un grande magazzino nonché “capro espiatorio di professione”. Nella mitologia classica la prima vittima consenziente è Edipo, l’incestuoso e parricida Edipo, che accetta senza battere ciglio il verdetto ottuso dei tebani i quali lo credono colpevole di aver portato in città un’epidemia di peste; vittima di una mistificazione, Edipo è un innocente perseguitato dal pregiudizio popolare. Le sue parole remissive, la sua stoica accettazione di una colpa che non ha commesso equivalgono a una confessione estorta sotto tortura nella cella buia di un commissariato. Questo tratto di vittima consenziente emerge ancora di più nel sacrificio di Cristo nel Nuovo Testamento che in fondo svela apertamente questo meccanismo di autoassoluzione collettiva alle spese del più debole, ‘ l’agnello di Dio’, letteralmente capro espiatorio umano- divino, afferma di sacrificarsi per salvare il genere umano ma allo stesso tempo si dichiara innocente, accetta il martirio non perché è colpevole di lesa maestà ma perché sa che c’è bisogno di un colpevole per interrompere il circolo vizioso della violenza.

Per un breve tratto però, perché la società contemporanea sostituisce rapidamente i suoi bersagli, sempre alla ricerca di nuove vittime, di nuovo sangue da far scorrere per placare la rabbia repressa e alienata delle maggioranze. La rete da questo punto di vista è un formidabile moltiplicatore dell’indignazione popolare e di conseguenza della calunnia corale. Diffamare qualcuno senza nessuna prova, additare un comportamento ritenuto non conforme alla volontà del gruppo, perché infedele, osceno, immorale, evocare complotti e cospirazioni da parte di misteriosi burattinai o di fantomatiche spectre del crimine planetario, significa aver continuamente bisogno di costruire capri espiatori diversi, in una ricerca spasmodica che diventa fine a se stessa, generando una società di inquisitori frustrati e di vittime designate.

 

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