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Costituzione in vernacolo: grazie no, non ci serve

Gia le leggi sono infarcite di termini stranieri, spesso incomprensibili, ora il tentativo di "dialettizzare" la Costituzione minaccia di svilire un patrimonio unico
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Quattro cittadini di Bergamo – tra i quali, manco a dirlo, uno psichiatra – hanno avuto un’alzata d’ingegno. Hanno pensato bene di tradurre in bergamasco la Costituzione della Repubblica italiana.

Proprio così: la nostra Carta dei diritti, e non solo. Ora, il vernacolo in sé e per sé non è affatto biasimabile. Nel borgo natio, in quello che i tedeschi chiamano “piccola Patria”, è del tutto naturale che si comunichi in dialetto. E presumo che i romani amanti del loro lessico apprezzino ancora Belli, Pascarella, Trilussa. L’identità, dopo tutto, non è acqua. Ma, al di sopra del borgo natio, c’è – sempre per dirla con i tedeschi – la grande Patria. E la lingua nazionale è ciò che unisce, o dovrebbe unire, tutti quanti gl’italiani.

Fin qui, come usa dire, non ci piove. Ma è adesso che viene il bello. Uno dei magnifici quattro, il docente d’italiano Giorgio Mastrocco non si nega il piacere di spiegare il perché di questa brillante trovata. Fatto sta che le sue parole fanno venire l’orticaria, data la qualifica del Nostro. Dice infatti: «Al di là dell’aspetto ludico, se la nostra operazione ha un senso è sicuramente civile». Difatti, «Ci siamo chiesti: è possibile che parole così belle non possano arrivare al più ampio numero di bergamaschi?». E ancora: «Fondamentalmente ci piace l’idea di far arrivare le parole di uomini buoni come i Padri costituenti a uomini altrettanto buoni, come continuiamo a pensare siano essenzialmente i bergamaschi». Continuando a farsi del male, così conclude: «Il segreto sta nel chiedersi cosa significano certe parole in italiano comune e trovare un modo per renderle nel linguaggio quotidiano». Magari tenendo conto del fatto, a riprova che al peggio non c’è mai fine, che ai sensi dell’articolo 6 della nostra Legge fondamentale “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. E la frittata è fatta. Come se i bergamaschi fossero una minoranza linguistica come, tanto per dire, i ladini. E l’italiano una lingua straniera.

Ora, la nostra Costituzione non sarà la più bella del mondo, come sostiene chi non l’ha letta per intero o chi non l’ha capita.

In effetti, è presbite nella prima parte e miope nella seconda. Ma è un magnifico monumento alla lingua italiana. Uno studioso rinomato come Tullio De Mauro rimarcava «l’eccezionalità linguistica della Costituzione rispetto alla frustrante illeggibilità del corpus legislativo italiano».

Aveva perfettamente ragione. I padri della nostra Carta repubblicana sapevano quel che dicevano. E d’altra parte un perfezionista come Piero Calamandrei suggeriva chiarezza nella Costituzione perché questa Bibbia laica dev’essere alla portata di tutti.

Ecco articoli asciutti. Commi brevi. Periodi scorrevoli. Ma tutto questo non bastò agli occhi di Palmiro Togliatti. Quando i lavori dell’Assemblea costituente volgevano al termine, si rilesse il testo e convenne che si poteva fare di meglio. Così invitò il presidente Umberto Terracini, un comunista critico, di farla rivedere da valenti letterati.

All’inizio di dicembre del 1947 dissero così la loro Pietro Pancrazi, Antonio Baldini e Concetto Marchesi, quest’ultimo membro della Costituente. E qualche ulteriore miglioramento stilistico l’ottennero.

I guai, semmai, li abbiamo avuti negli anni a venire. Le riforme della Carta concepite sono state un disastro sotto il profilo linguistico. Sia quella del centrodestra, sia quella patrocinata da Matteo Renzi, entrambe affondate dai referendum. Per non parlare della riforma del Titolo V della Parte seconda, approvata in solitudine dal centrosinistra alla fine della XIII legislatura.

Ridisegnando a capocchia i rapporti tra Stato e regioni in favore di quest’ultime, ha dato tra l’altro un bel da fare alla Corte costituzionale. Ormai i testi legislativi sono infarciti di termini stranieri sovente stigmatizzati dalla benemerita Accademia della Crusca. Siamo sommersi da espressioni quali hot spots per centri d’identificazione, voluntary disclosure per collaborazione volontaria, smart working per lavoro agile, bail in e bail out per salvataggio interno ed esterno, stepchild adoption per adozione del figlio del partner, whistleblower per allertatore civico, home restaurant per ristorante domestico, caregiver familiare per familiare assistente. Per non parlare di spending review, jobs act, flat tax e altri forestierismi del genere.

Parole in libertà al confronto delle idee chiare e distinte della nostra bella Costituzione. Tanto hanno detto e tanto hanno fatto, i nostri beneamati legislatori, da relegare in soffitta quell’italiano che è uno dei principali caratteri distintivi della comunità nazionale. E la torre di Babele è ormai qui da noi.

 

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